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La scoperta archeologica delle mura riscrive la mappa dell’antica Selinunte

Immaginare la struttura dell’antica Selinunte è oggi possibile: le continue ricerche archeologiche, gli scavi e gli studi hanno portato a ridisegnare la mappa della polis greca affacciata sulla costa sud-occidentale della Sicilia. Le ultime novità del parco archeologico di Selinunte riguardano la scoperta di un tratto della cinta muraria settentrionale della città arcaica, insieme alla monumentale Porta Nord. Il ritrovamento si è rivelato davvero prezioso, tanto da poter riscrivere la “mappa” della città ridefinendo i confini storici che fino ad oggi conoscevamo.

La scoperta archeologica delle mura di Selinunte

Le mura emerse sono la testimonianza dell’estensione originale della polis prima che i Cartaginesi provvedessero alla sua distruzione nel 409 a.C., durante l’evento storico raccontato da Diodoro Siculo in cui viene illustrato l’assedio comprensivo di strage di 16.000 vittime. La Porta Nord è uno dei ritrovamenti più preziosi: è tornata alla luce dopo secoli e segnava l’ingresso meno protetto, rappresentando il collegamento diretto con la necropoli esterna.

La scoperta è anche la conferma delle ricerche dell’archeologo tedesco Dieter Mertens che, trent’anni fa, ebbe l’intuizione di questa possibile struttura. Negli anni ’90 lo studioso scavò due porte nella zona orientale sospettando l’esistenza di una vera e propria cinta muraria. Ma la scoperta ha persino superato le intuizioni: le mura sono decisamente più ampie di quanto ci si aspettasse.

Le ricerche si fermarono in Sicilia, ma l’idea rimase viva. Oggi, grazie a tecniche moderne come la tomografia geoelettrica tridimensionale, quelle ipotesi si sono trasformate in realtà. La posizione strategica del sito, l’architettura della porta e la qualità dei blocchi ritrovati restituiscono un’immagine chiara e affascinante della Selinunte arcaica, una città viva, complessa, urbanisticamente avanzata.

Com'era la struttura dell’antica Selinunte

Fonte: Ufficio Stampa

Gli scavi archeologici svelano la struttura dell’antica Selinunte

L’annuncio della scoperta

La scoperta è stata annunciata ufficialmente al Baglio Florio, sede del Parco archeologico, dove è stata anche presentata la nuova immagine visiva del sito. Il logo e l’identità grafica si ispirano alla foglia di selinon, simbolo della città antica presente sulle antiche monete didracme del VI secolo a.C.

Il direttore del Parco, Felice Crescente, in una nota ufficiale ha sottolineato come l’intervento sia stato possibile grazie a fondi propri e a una sinergia con giovani archeologi italiani, guidati dal professor Carlo Zoppi. Il lavoro sul campo ha coinvolto anche l’associazione Archeofficina, che ha contribuito a riportare alla luce porzioni delle mura, torri di guardia e tracce di botteghe artigiane.

Visitare il parco di Selinunte: informazioni utili

Per i viaggiatori e gli appassionati di archeologia, Selinunte è oggi più che mai una tappa imperdibile. Il Parco ha avviato un piano di valorizzazione che include percorsi guidati, segnaletica intelligente e nuove visite tematiche, come quella alle Mura dell’Acropoli, lanciate con successo in anteprima a febbraio. Dal 6 aprile, queste visite entreranno nel programma stabile delle attività.

L’offerta del Parco si arricchisce anche grazie a CoopCulture, che ha studiato un sistema di orientamento adatto a un’area vastissima, segnalando i punti di maggiore interesse e i tempi di percorrenza, ideali per chi vuole visitare il sito in autonomia o con navette elettriche e bici.

Si può accedere al parco dalle 9 alle 19 fino al 30 aprile, con ultimo ingresso alle ore 18. L’orario si estende fino alle 20 nel periodo dal 1 maggio al 15 settembre. In estate sono in più previste paerture serali con una cornice suggestiva.

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Efeso, la città leggendaria dove la storia vive in ogni pietra

La Turchia ospita numerosi siti archeologici, alcuni dei quali sono di inestimabile valore storico. Ne è un esempio l’antica Efeso, che in passato fu la città più in vista dell’Impero Romano in Asia Minore e che oggi fa parte della lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, al punto da essere anche una delle mete culturali più rinomate di tutto il Mediterraneo.

Fondata più di 3.000 anni fa dagli antichi Greci per poi essere assoggettata da vari regni, ha ospitato molte culture differenti delle quali sono ancora ammirabili incredibili resti (quasi) perfettamente conservati, anche perché è stato sì un importante centro politico e commerciale, ma anche un rilevante centro religioso dell’antichità.

Perché è famosa Efeso?

Al giorno d’oggi Efeso è famosa per tantissimi diversi motivi, ma senza ombra di dubbio a renderla particolarmente nota è il culto di Artemide, dea alla quale gli abitanti dell’antica città chiedevano protezione. Alla stessa Artemide venne dedicato un tempio (di cui però oggi ci sono solo minimi resti), così decorato e sontuoso che venne considerato una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico. Vi basti pensare che Plinio il Vecchio lo descrisse come “Il più meraviglioso monumento della magnificenza greca”.

Inoltre, in questo stesso luogo si trovano anche tracce del Cristianesimo. Secondo la tradizione, infatti, l’apostolo Giovanni visse e morì proprio qui e si ritiene che persino la Vergine Maria abbia trascorso i suoi ultimi anni di vita in questa stessa zona.

Biblioteca di Celso, Efeso

Fonte: iStock@dem10

La straordinaria Biblioteca di Celso

Cosa vedere a Efeso

Camminare per le strade di Efeso permette di comprendere più a fondo quanto un tempo, questa, fosse una città potente e rigogliosa. In passato infatti si componeva di lunghi viali di marmo (alcuni ancora visibili) che collegavano le diverse aree, impreziosite da sfarzosi monumenti che, in parte, si possono ammirare ancora oggi.

Odeon

La prima meraviglia che si incontra varcando l’ingresso di Efeso è l’Odeon, che un tempo era il luogo di incontro per la vita politica e religiosa della città. Costruito in epoca augustea, poteva contenere fino a 5.000 persone che qui si riunivano per presenziare alle riunioni cittadine.

Agorà

Al cospetto dell’Odeon c’è l‘Agorà, ovvero quella che in passato rappresentava la parte più importante della città, dove si concentravano le attività politiche e sociali. Presenta una pianta rettangolare e, stando ai documenti, era circondata da alcuni degli edifici più importanti di Efeso, oltre a essere la culla di un tempio dedicato ad Augusto il cui scopo era divinizzare gli imperatori romani.

Prytaneion

Molto interessanti sono anche i resti del Prytaneion, la sede del senato cittadino. Pare, infatti, che proprio qui fosse custodito il focolare sacro di Efeso difeso dalla dea Vesta, la protettrice del senato romano. La fiamma era tenuta sempre accesa, come fosse eterna, e ardeva al centro della sala cerimoniale. Qui, tra le altre cose, dagli archeologi sono state ritrovate anche due statue di Artemide, oggi esposte nel Museo di Efeso.

Tempio di Domiziano

Decisamente affascinante è anche quel che rimane del Tempio di Domiziano, ovvero un magnifico architrave sorretto da due splendide colonne e due cariatidi. Tale tempio porta il nome di Domiziano perché fu lui a farlo costruire, ma in realtà fu dedicato a suo padre Vespasiano per via della damnatio memoriae (una pratica usata nell’antica Roma per cancellare ogni traccia dell’esistenza di una persona caduta in disgrazia) pronunciata nei suoi confronti.

Con le sue dimensioni di 50 x 100 metri, era uno degli edifici più imponenti di Efeso e conteneva alcune statue colossali, una delle quali (alta circa 5 metri) risiede oggi nel Museo di Efeso.

Tempio di Domiziano, Efeso

Fonte: iStock

Veduta dei resti del Tempio di Domiziano

Via dei Cureti

La Via dei Cureti era la seconda strada più importante della città e, ancora adesso, sfoggia una splendida pavimentazione in marmo. Vi sono anche resti di sepolcri, terme e templi e serviva per collegare l’Agorà Superiore all’Agorà Civile, dove si svolgeva il mercato popolare. Tale arteria stradale era intitolata ai Cureti perché erano dei semidei della mitologia greca che, si narra, avrebbero assistito Latona durante la nascita di Apollo e Artemide.

Domus terrazzate

Quel che rimane della Domus terrazzate fa capire quanto fossero eleganti e belle le residenze nobiliari della città, che si affacciavano persino sui palazzi più suggestivi di Efeso stessa. Con terrazzi, affreschi e mosaici ben conservati, erano dotate anche di impianti idraulici, riscaldamento a pavimento e bagni privati.

Tempio di Adriano

Originariamente possedeva un raffinato tetto in legno. Oggi non c’è più, ma è ancora possibile notare il suo maestoso arco principale sostenuto da quattro colonne corinzie. Il fregio del Tempio di Adriano è ricco di raffigurazioni mitologiche, tra cui scene di divinità e sacrifici rituali ed è perfettamente in grado di dare un’idea della magnificenza di quello che era l’edificio in passato.

Biblioteca di Celso

La Biblioteca di Celso è probabilmente il monumento più sorprendente di Efeso, un capolavoro ottimamente conservato e che non può non lasciare a bocca aperta. Eretta nel 114 d.C. per ricordare Caio Giulio Celso Polemeano (era il suo luogo di sepoltura e infatti vi è ancora custodito il suo sarcofago), vi erano conservate ben oltre 12.000 pergamene, tanto da essere una delle più grandi biblioteche del mondo.

Attualmente presenta una facciata monumentale, con colonne corinzie, nicchie con statue e un grande portale, che è stata progettata per creare un particolarissimo effetto ottico: dà un senso di maggiore altezza.

Via di Marmo

Come dice il nome, Via di Marmo, è una strada totalmente caratterizzata da questa pavimentazione. Un tempo era molto frequentata, mentre oggi è ornata dai resti di statue e colonne. Vi è inoltre anche Ninfeo di Traiano, una fontana che ospitava la statua dell’imperatore.

Teatro

Non poteva di certo mancare il Teatro di Efeso, le cui gradinate sono costruite sulla pendenza naturale del terreno. In stile ellenistico, poteva contenere fino a 25.000 spettatori ed è stato citato nel Nuovo Testamento come il luogo in cui San Paolo predicò il Cristianesimo, scatenando la reazione dei seguaci di Artemide. Una piccola curiosità: anche oggi è utilizzato, in alcune particolari occasioni, per concerti ed eventi.

Teatro di Efeso, Turchia

Fonte: iStock

Tutta la bellezza del Teatro di Efeso

Dove si trova e come arrivare a Efeso

Efeso sorge a poca distanza dalla città di Selçuk, nella provincia di Smirne (İzmir), sulla costa occidentale della Turchia. L’aeroporto più vicino è quello di Izmir Adnan Menderes (ADB), e da qui si possono prendere treni o autobus per Selçuk (circa 1 ora), ma anche taxi o auto a noleggio.

Il sito è meraviglioso, ma essendo molto esposto al sole è sempre il caso di portarsi acqua e cappello. In più, occorre indossare scarpe comode per via della pavimentazione e mettere in conto una visita di almeno 2-3 ore.

Orari e costi

Il sito archeologico di Efeso è aperto tutto l’anno, ma gli orari variano in base alla stagione:​

  • Orario invernale (1 ottobre – 31 marzo): 8:30 – 18:30​;
  • Orario estivo (1 aprile – 30 settembre): 8:00 – 20:00.

Per evitare code è consigliabile acquistare i biglietti in anticipo online o presso rivenditori autorizzati. Va comunque specificato che il biglietto d’ingresso non prevede la visita delle Domus terrazzate, per le quali è disponibile un pagamento a parte o un ticket cumulativo. Tuttavia, si consiglia di verificare gli orari e i prezzi aggiornati prima della visita, poiché non possiamo escludere che possano subire variazioni.

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Scoperta una necropoli a Liternum, in Campania, (e c’è persino la tomba di un gladiatore)

Liternum era una città romana della Campania, sita nell’area dell’attuale Lago Patria, frazione del comune di Giugliano (NA). In questi ultimi anni è stata sottoposta ad alcuni lavori di scavo, con la direzione scientifica della dott.ssa Simona Formola e sotto la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Napoli, dai quali è emersa una vasta area di necropoli (è estesa per oltre 150 metri quadrati). Una scoperta sorprendente, anche perché ha permesso di riportare alla luce tanti antichissimi e importantissimi tesori, tra cui persino la tomba (o meglio, un epitaffio) di un gladiatore.

Le scoperte avvenute a Liternum

Grazie ai lavori archeologici svolti in questa realtà della provincia di Napoli, sono emersi due recinti funerari con frammenti d’intonaco bianco e con una fase di decorazione più recente in rosso, separati da uno spazio chiuso, e un pozzo in muratura molto profondo, presente probabilmente per ragioni culturali.

Uno dei due recinti conserva al centro un mausoleo quadrangolare in tufo grigio di 3 metri per lato, rasato in superficie, con nicchie intonacate lungo i lati per ospitare urne cinerarie. Poi ancora una ventina di tombe della tipologia a cappuccina, tecnicamente definite ad enchystrismòs, ovvero una particolare tecnica antica attraverso la quale un corpo veniva posto in un vaso in terracotta in posizione rannicchiata.

Parliamo perciò di ritrovamenti che conducono gli studiosi di fronte a una certezza: attestano una continuità d’uso dell’area che si estende dalla fine del I sec. a.C. fino alla media età imperiale (II-III sec. d.C.). Elemento dimostrato anche dalla presenza di alcuni oggetti di corredo come monete, lucerne e vasi. Tante piccole scoperte che offrono preziose informazioni sulla vita quotidiana, le pratiche rituali e le dinamiche sociali delle comunità che in passato vivevano in zona.

Tra i rinvenimenti più rilevanti spiccano, senza ombra di dubbio, le diverse iscrizioni funerarie in marmo, alcune delle quali integre, tra cui se ne segnala una che reca l’epitaffio di un gladiatore. Un documento che non deve essere affatto sottovalutato, perché può aiutare a comprendere maggiormente il ruolo e la memoria di questi combattenti dell’antica società romana.

Perché è una scoperta molto importante

Come dichiarato dal Soprintendente Mariano Nuzzo per mezzo di comunicato stampa: “Il territorio di Giugliano sta vivendo un momento particolarmente fecondo dal punto di vista della ricerca archeologica, prima con la scoperta della Tomba del Cerbero ed ora con questa necropoli che, grazie anche all’ottimo stato di conservazione delle strutture murarie e delle sepolture, aggiunge un tassello importante alle nostre conoscenze relative alla vicenda insediativa della colonia di Liternum e costituisce un’opportunità unica per approfondire lo studio della civiltà antica, e del contesto storico e culturale dell’epoca”.

Queste indagini sono quindi molto rilevanti perché aiutano a comprendere meglio la fisionomia e la strutturazione del paesaggio antico e del perimetro urbano della colonia, di cui ancora oggi si hanno pochissime informazioni. Ciò che è affiorato dalla terra, perciò, è essenziale per portare gli studiosi a mettere sul piatto nuove ipotesi, anche rispetto al tracciato dell’antica Via Domitiana ai lati della quale si dovevano collocare tali sepolture.

La prosecuzione degli scavi, insieme a uno studio approfondito del materiale d’archivio, potranno infatti portare a raggiungere risultati importanti nell’ambito della conoscenza di un territorio di rilevanza cruciale, sia dal punto di vista storico che archeologico.

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L’antico villaggio di Uzteri emerge dagli scavi a Sassari: la scoperta è straordinaria

Una scoperta casuale ma che ha quasi dell’incredibile: mentre sono stati avviati i lavori per la realizzazione del primo polo scolastico montessoriano della Sardegna, un frammento di storia medievale sepolto per anni ha portato alla luce una scoperta che ha lasciato tutti a bocca aperta. In via Artiglieria, gli archeologi hanno fatto emergere i resti murari e diversi reperti che testimoniano un insediamento extraurbano databile tra il XII e il XIV secolo, con ogni probabilità corrispondente all’antico villaggio di Utzeri. Un ritrovamento che offre una preziosa finestra sul passato e che ha imposto una riflessione sulla convivenza tra sviluppo urbano e tutela del patrimonio culturale.

La scoperta archeologica a Sassari

Durante i lavori di scavo per la posa delle nuove fondamenta, una scoperta ha rallentato i lavori. Tra strati di terra sono apparse strutture murarie, frammenti ceramici e persino monete medievali. La portata del ritrovamento ha richiesto l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, che ha autorizzato l’ampliamento delle indagini con metodologia stratigrafica, consentendo uno studio più approfondito dell’area.

Gli scavi hanno rivelato parte di un’abitazione rurale, completa di selciato esterno e una buca usata per la manutenzione del tetto, colmata con materiali che raccontano la vita quotidiana di un tempo. I reperti coprono un periodo compreso tra il 1200 e il 1350 e attestano legami commerciali tra la Sardegna e varie aree del Mediterraneo: dalla Provenza alla Liguria, dalla Toscana fino a probabili contatti con il Lazio, la Tunisia, l’Egitto e la Siria. Tra i reperti spiccano monete genovesi, databili tra il 1139 e il 1339, che testimoniano la vitalità economica della regione e l’inserimento della Sardegna nelle rotte mercantili mediterranee.

antico villaggio di Uzteri scoperto a Sassari

Fonte: Comune di Sassari

Gli scavi a Sassari rivelano l’antico villaggio di Uzteri

L’ipotesi di Utzeri e il contesto storico

Particolarmente significativa è l’associazione tra i resti e il toponimo “Utzeri“, già evocato dalla vicina Porta Utzeri. Si ipotizza che il villaggio fosse uno dei tanti piccoli nuclei abitativi sorti fuori dal circuito murario sassarese, come Silki, Cleu e Kitarone, abbandonati nel Trecento a causa di mutamenti sociali, attrazione verso il centro urbano fortificato e turbolenze legate all’invasione catalano-aragonese. Non sono mancati nemmeno reperti di epoca romana, seppur residuali, che confermano la continuità insediativa del territorio, ricco e fertile, frequentato sin dall’età repubblicana.

La scoperta ha portato alla temporanea sospensione dei lavori e alla revisione del progetto originario. Senza intaccare le superfici previste per la nuova scuola, è stato elaborato un piano per inglobare l’area dello scavo all’interno del nuovo edificio scolastico. La variante progettuale prevede infatti la creazione di un varco visibile da via Padre Ziranu che permetta di osservare i resti archeologici, trasformando lo spazio in un piccolo laboratorio didattico. In piena coerenza con l’approccio educativo montessoriano, si intende così offrire agli studenti un’esperienza concreta del passato, favorendo l’interazione diretta con la storia locale.

La conclusione dei lavori è ora prevista entro marzo 2026, nel rispetto delle scadenze imposte dal finanziamento europeo. La scoperta di Utzeri non rappresenta solo un vincolo o un ritardo, ma una straordinaria occasione per arricchire il nuovo polo scolastico di un’anima storica, radicata nel territorio e nella memoria collettiva.

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Trovato un bagno rituale ebraico durante gli scavi a Ostia, l’unico al di fuori di Israele

Quella che un tempo era una fiorente città portuale mediterranea, che raggiunse il suo apice nel II secolo d.C., è oggi un parco archeologico che continua ad affascinare con le sue scoperte. Oltre a poter ammirare mosaici, resti di teatri, templi e umili abitazioni, grazie alla campagna di scavo realizzata nell’ambito del progetto OPS – Ostia Post Scriptum sarà possibile aggiungere un nuovo tassello alle conoscenze che già possediamo di questo sito storico.

Durante gli scavi a Ostia Antica condotti tra giugno e agosto 2024, infatti, è stato ritrovato un incredibile bagno rituale (mikveh) che testimonia la presenza della comunità ebraica sul territorio dal I-II secolo d.C. Come ha spiegato anche il Ministro della Cultura Giuli, si tratta di “un unicum nell’area del Mediterraneo romano e al di fuori della terra di Israele”.

La scoperta del bagno rituale ebraico a Ostia Antica

Dagli scavi di Ostia Antica è emerso un piccolo vano semi-ipogeo con sottostante pozzo per la risalita o per il prelievo dell’acqua di falda, nel quale può, con ogni probabilità, riconoscersi un mikveh, ovvero un bagno rituale purificatorio ebraico. Nel dettaglio, il mikveh veniva usato per immergere persone e oggetti a fini purificatori e si presenta generalmente come una vasca rettangolare scavata nel terreno.

Le ricerche si sono concentrate in una zona che non era mai stata indagata in precedenza, soprattutto nel settore denominato “Area A”, situato in una zona centrale della città, vicino all’antico corso del Tevere e compreso tra l’edificio dei Grandi Horrea a ovest, il santuario repubblicano dei Quattro Tempietti, il Mitreo delle Sette Sfere e la Domus di Apuleio a sud e il Piazzale delle Corporazioni a est.

Le caratteristiche che fanno pensare a un mikveh sono le peculiarità dell’ambiente come i gradini estesi per la sua intera ampiezza, le pareti rivestite di intonaco idraulico, la presenza di un pozzo di captazione dell’acqua di falda, il condotto di comunicazione con l’ambiente adiacente (possibilmente destinato ad alloggiare una tubatura per l’aggiunta di acqua a quella di falda), e il rinvenimento della lucerna con simboli ebraici sul fondo del pozzo.

Scavi Ostia Antica

Fonte: Ministero della Cultura

Punto degli scavi a Ostia Antica

L’importanza di questa scoperta, unica nel suo genere

Si tratta di una scoperta importantissima perché, come ha dichiarato il Ministro della Cultura Giuli, “rafforza la consapevolezza storica di questo luogo quale vero crocevia di convivenza e di scambio di culture, culla di tolleranza tra popoli diversi che nella civiltà romana trovavano la loro unione. È proprio a Ostia che Roma accoglie e ospita i culti originari delle altre civiltà mediterranee, nel momento in cui, consolidato il suo potere in Italia, comincia a proiettarsi nel Mare Nostrum”.

Anche il rabbino di Roma, Riccardo Di Segni, ha commentato la scoperta affermando che: “in Israele di bagni rituali ce ne sono tanti e in Europa ce ne sono alcuni di epoca medievale. Ma un mikveh così antico non sembra invece sia mai stato trovato in tutta la diaspora. A questo punto Roma possiede un patrimonio archeologico di storia ebraica eccezionale. Non c’è solo l’arco di Tito, ci sono le catacombe, c’è la sinagoga di Ostia e ora anche il mikveh di Ostia“.

Mikveh Ostia Antica

Fonte: Ministero della Cultura

L’entrata al vano semi-ipogeo
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Danimarca Europa luoghi misteriosi mete storiche Notizie siti archeologici Viaggi

In Danimarca una scoperta straordinaria: un cerchio di legno neolitico simile a Stonehenge

Una scoperta archeologica prestigiosa e davvero straordinaria è stata fatta in Danimarca. Durante alcune ricerche è stato rinvenuto un antico cerchio di legno datato a circa 4000 anni fa. Le somiglianze con Stonehenge sono lampanti. La struttura si trova a Vesthimmerland, nel nord del Paese, e rappresenta una delle scoperte più prestigiose degli ultimi anni. Gli studiosi ritengono che il monumento possa essere legato ai celebri cerchi neolitici, come quello della piana di Salisbury in Inghilterra, e ad altre strutture rituali simili, generalmente associate al culto del sole e alle pratiche agricole delle antiche popolazioni.

Il cerchio rituale neolitico scoperto in Danimarca

Ad annunciare la scoperta è stato il Vesthimmerlands Museum, che ha coordinato gli scavi sotto la guida della curatrice Sidsel Wåhlin e del responsabile delle ricerche Andreas Bo Nielsen. Il cerchio di legno ha un diametro di circa 30 metri e si compone di 45 pali di legno posizionati a una distanza di 2 metri l’uno dall’altro. Secondo i professionisti la struttura è collegata al fenomeno del vaso campaniforme, un movimento culturale che si è diffuso in Europa nel periodo tra il Neolitico e l’età del Bronzo. A raccontarla è la voce di Sidsel Wåhlin che ha definito “una scoperta eccezionale” il ritrovamento, sottolineando l’importanza del ritrovamento per comprendere meglio le pratiche sociali e cerimoniali delle antiche comunità europee.

Andreas Bo Nielsen spiega che gli scavi sono solo all’inizio; dunque, il sito potrebbe presto rivelare altre informazioni rilevanti riguardo le antiche civiltà. Il cerchio ligneo rinvenuto è una conferma di siti rituali in Danimarca suggerendo l’esistenza di una rete culturale e religiosa in epoca preistorica. Il ritrovamento avvenuto nel villaggio di Aaars all’interno del comune di Vesthimmerland, ella contea dello Jutland Settentrionale.

Il sito archeologico di Stenild e le altre scoperte in Danimarca

Il sito di Stenild, dove è stato scoperto il cerchio di legno, si trova all’interno di un’area ricca a livello archeologico. A pochi chilometri di distanza si trova un altro piccolo wood benge, una necropoli dell’età del Bronzo accompagnata da insediamenti risalenti allo stesso periodo. Dal 24 febbraio sono partiti nuovi importanti scavi così da poter continuare il lavoro di ricerca.

La Danimarca è un territorio ricchissimo di strutture archeologiche prestigiose, basti pensare alle scoperte avvenute sull’isola di Bornholm ma in questo caso il cerchio si distingue per dimensioni decisamente più imponenti. Il Vesthimmerlands Museum ha dichiarato che continuerà a condividere nuove informazioni che emergeranno da scavi e ricerche così da approfondire il tema di rituali e credenze che legano le antiche società europee.

Le differenze con Stonhenge

Nonostante all’occhio comune possa ricordare Stonehenge, le differenze non sono da sottovalutare. In primis il materiale, ligneo e non in pietra per la realizzazione del cerchio. Poi le diversità emergerebbero per ciò che riguarda lo scopo: secondo alcune ricerche contemporanee condotte dallo University College di Londra, Stonehenge non avrebbe più legami con calendario e osservatorio astronomico ma avrebbe avuto una funzione politica.

Il ritrovamento prezioso per la Danimarca è nelle mani di archeologi e studiosi che continueranno le proprie attività per rilevare al mondo sempre più curiosità sul tema; dobbiamo evidenziare però che non sarà visitabile ancora per molto tempo, infatti chi visiterà la nazione in estate non potrà accedervi; probabilmente per tutelarlo verrà spostato e ricostruito presso l’Ertebølle Centret.

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mete storiche Notizie Pompei siti archeologici Viaggi

Pompei non smette di stupire: trovata una sala con un affresco rarissimo

Negli scorsi anni, gli scavi eseguiti nell’antica città romana di Pompei hanno portato alla luce nuovi tesori e continuano a sorprenderci anche in questi primi mesi del 2025. Pompei, infatti, ha ancora molti segreti da svelare, soprattutto se consideriamo che la parte della città non ancora stata rinvenuta è compresa tra il 15% e il 25%. Tra le ultime incredibili novità c’è una sala affrescata, una rarissima “megalografia” (dal greco “dipinto grande” – ciclo di pitture a grandi figure) del I secolo a.C. rappresentante il corteo di Dioniso.

La sala riporta questo fregio a dimensioni quasi reali, una “megalografia” appunto, proprio come nella Villa dei Misteri trovata più di 100 anni fa. Si tratta di una scoperta entusiasmante perché, come hanno dichiarato gli archeologi che hanno presieduto ai lavori, il grande affresco getta nuova luce sui misteri di Dioniso nel mondo classico.

La scoperta della sala affrescata trovata a Pompei

Nel corso degli scavi nell’insula 10 della Regio IX, situata nell’area centrale di Pompei, gli archeologi sono rimasti sorpresi dalla scoperta di un fregio a dimensioni quasi reali, trovato in una grande sala per banchetti, che gira intorno a tre lati dell’ambiente, mentre il quarto era aperto sul giardino. Ad attirare i ricercatori sono i soggetti di questo ciclo di pitture: il fregio mostra il corteo di Dioniso, dio del vino.

Insieme a lui ci sono le baccanti, rappresentate sia come danzatrici che come cacciatrici feroci, con un capretto sgozzato sulle spalle o con una spada e le interiora di un animale nelle mani. Non mancano giovani satiri con le orecchie appuntite che suonano il doppio flauto, mentre un altro compie un sacrificio di vino (libagione) in stile acrobatico, versando dietro le proprie spalle un getto di vino da un corno potorio (usato per bere) in una patera (coppa bassa).

Al centro della composizione, invece, c’è una donna con un vecchio sileno che impugna una torcia: si tratta di una inizianda, vale a dire una donna mortale che, tramite un rituale notturno, sta per essere iniziata nei misteri di Dioniso, il dio che muore e rinasce, promettendo altrettanto ai suoi seguaci.

Corteo Dioniso Pompei

Fonte: Ufficio Stampa Parco archeologico di Pompei

Il corteo di Dioniso raffigurato negli affreschi trovati a Pompei

Il ritrovamento getta una nuova luce sui misteri di Dioniso

Dopo aver trovato uno dei più grandi complessi termali di sempre, gli archeologi hanno fatto un’altra incredibile scoperta che offrirà l’opportunità di comprendere meglio i misteri del dio del vino. Nell’antichità, infatti, esistevano una serie di culti, tra cui quello di Dioniso, accessibili solo a chi compiva un rituale di iniziazione, come suggerito nel fregio trovato a Pompei. Questi culti si chiamavano “misterici”, perché solo gli iniziati potevano conoscerne i segreti.

Ribattezzato dai ricercatori “casa del Tiaso”, il fregio è attribuibile al II stile della pittura pompeiana e, al momento dell’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei nel 79 d.C., il fregio dionisiaco era già vecchio di circa un secolo. La scoperta aggiunge un altro tema all’immaginario dei rituali iniziatici di Dioniso, in particolare quello della caccia, che viene evocata non solo dalle baccanti cacciatrici, ma anche da un secondo, più piccolo fregio che corre al di sopra di quello con baccanti e satiri e dove sono raffigurati animali vivi e morti.

Affreschi scoperta Pompei

Fonte: Ufficio Stampa Parco archeologico di Pompei

Dettaglio degli affreschi trovati a Pompei

Come visitare il luogo degli scavi

Se visitate Pompei nel prossimo periodo, sappiate che l’ambiente del Tiaso dionisiaco è visibile per il pubblico, il quale potrà accederci, previa prenotazione telefonica, tutti i giorni dal lunedì al venerdì alle ore 11:00 e in due gruppi da 15 persone, accompagnati dal personale di cantiere. Potete accedere al luogo degli scavi acquistando il regolare biglietto di ingresso al parco archeologico.

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Palmira potrebbe rinascere, la situazione nel sito archeologico in Siria

Distrutta dagli attacchi delle milizie dell’ISIS dieci anni fa, l’antica città di Palmira, in Siria, potrebbe tornare al suo originale splendore grazie all’opera di studiosi, storici e archeologi. Il sito, di enorme importanza nel corso dei secoli passati, crocevia di culture nel corso dei secoli, da quella greca all’islamica, passando per romani e persiani, nell’antichità era anche chiamata la Sposa del Deserto. Era considerata, infatti, una sorta di oasi per viaggiatori e mercanti che si cimentavano nell’attraversamento delle regioni desertiche della Siria e uno snodo chiave dell’antica rete della Via della Seta. Situata nel deserto siriano, a circa 250 chilometri da Damasco, è nota per le rovine di epoca romana risalenti a 2.000 anni fa. Nel 1980 era stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

La rinascita di Palmira

Di recente, gli esperti si sono ritrovati sul sito dell’antica città romana per capire come ripristinare l’area e tornare a farne un luogo di interesse turistico, gettando così le basi per un rilancio. A oggi, Palmira è in gran parte un insieme di colonne frantumate e di templi danneggiati. I lavori per il recupero di Palmira sono già iniziati qualche anno fa grazie ai fondi raccolti dall’Unesco che è intervenuta con 150mila dollari per il recupero del Portico del Tempio di Bel, nonostante ci siano dubbi sull’effettivo intervento.

Nell’ottobre del 2017 è stato, invece, completato il restauro del leone di Al-lāt (una scultura del I secolo d.C.) da parte del Museo Nazionale di Damasco. Anche l’Italia ha avuto un ruolo grazie all’invio di ricercatori che si sono resi protagonisti del restauro di due statue funerarie dal duplice valore, storico e morale. Queste vennero, infatti, nascoste fuori dalla città dall’archeologo e direttore del Museo e del sito archeologico di Palmira Khaled al-Asaad, ucciso proprio dall’ISIS, che fino all’ultimo provò in tutti i modi a tutelare questo patrimonio della Terra.

PALMIRA-SIRIA

Fonte: ANSA

Palmira, la Sposa del Deserto

Purtroppo, nel corso degli ultimi dieci anni, molte razzie sono state fatte, ha spiegato Ayman Nabu, ricercatore ed esperto di rovine. Sette delle sculture rubate per fortuna sono state recuperate e messe in un museo a Idlib, altre 22, invece, sono state portate fuori clandestinamente. Molti pezzi sono probabilmente finiti nei mercati clandestini o in collezioni private.

La distruzione di Palmira

Le milizie dell’ISIS distrussero il sito archeologico tra il 2015 e il 2016. Le immagini drammatiche della devastazione fecero il giro del mondo. Prima della rivolta siriana, iniziata già nel 2011 e poi degenerata in una guerra civile, Palmira era la principale destinazione turistica della Siria, in grado di attirare circa 150.000 visitatori al mese. I militanti dell’Isis hanno distrutto i templi storici di Bel e Baalshamin e l’Arco di Trionfo di Palmira, considerandoli monumenti all’idolatria. Molti degli edifici rimasti in piedi sono comunque stati danneggiati e gli affreschi ricoperti di scritte. Il lavoro di recupero sarà lungo, ma non perdiamo la speranza di poter tornare a visitare uno dei luoghi del potere più importanti del passato e soprattutto simbolo di civiltà.

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Non accadeva da più di un secolo: è stata scoperta la tomba di un faraone in Egitto

Dopo oltre un secolo, il team britannico-egiziano composto da archeologi ed egittologi ha scoperto la prima tomba di un faraone da quando fu trovata quella di Tutankhamon nel 1922. Siamo nelle Valli Occidentali della necropoli di Tebe, vicino alla città di Luxor, dov’è stato svelato il luogo di sepoltura del faraone Thutmose II. Una scoperta incredibile, soprattutto se consideriamo che questa era l’ultima tomba reale mancante fra quelle risalenti alla XVIII dinastia egizia.

I ricercatori avevano ipotizzato che le camere sepolcrali dei faraoni della XVIII dinastia fossero a più di 2 chilometri di distanza, più vicine alla Valle dei Re. L’équipe, pensando di lavorare in un’area associata ai luoghi di riposo delle donne reali, una volta entrati nella camera sepolcrale si sono resi conto che non era così: all’interno hanno trovato tutta una serie di decorazioni, il segno di un faraone.

La scoperta della tomba del faraone Thutmose II in Egitto

Gli scavi, iniziati nel 2022, hanno portato a una scoperta inattesa che ha lasciato i ricercatori sopraffatti dall’emozione. Seppur i resti mummificati del faraone Thutmose II furono ritrovati due secoli fa, ora custoditi nel Museo Nazionale della Civiltà Egiziana a Il Cairo, il suo luogo di sepoltura originale non era mai stato individuato… fino ad ora.

Risalire alla vera storia di questo luogo, però, non è stato facile. Il corridoio principale, come ha raccontato su Bbc news Piers Litherland, direttore degli scavi, era bloccato dai detriti e parte del soffitto era crollato, mentre gli ambienti interni sono in cattive condizioni a causa di un allagamento che sarebbe avvenuto poco dopo la sepoltura. Tuttavia, un’altra parte del soffitto era ancora intatta: un soffitto dipinto di blu con stelle gialle. Una tipologia che si trova solo nelle tombe dei re.

Il dottor Litherland ha dichiarato che questa scoperta ha risolto il mistero sul dove si trovino le tombe dei re della prima dinastia del XVIII secolo.

Le decorazioni e i reperti trovati: i segni tipici della tomba di un faraone

Thutmose II era un antenato di Tutankhamon, il cui regno si ritiene sia durato dal 1493 al 1479 a.C. circa, noto soprattutto per essere stato il marito della regina Hatshepsut, considerata una delle più grandi regnanti d’Egitto.

Durante gli scavi, a far brillare gli occhi degli archeologi sono state diverse decorazioni e dei reperti che, senza lasciare alcun dubbio, facevano capire che qui si trovava la tomba di un faraone. Uno dei primi dettagli è stata una grande scalinata e un corridoio discendente molto grande, che suggerivano grandiosità. Una volta attraversato il corridoio e un passaggio di 10 metri, sono arrivati alla camera sepolcrale. Ad accoglierli hanno trovato un soffitto blu e decorazioni con scene dall’Amduat, un testo religioso riservato ai re.

Dopo aver rimosso i detriti, la tomba si è rivelata completamente vuota, non perché saccheggiata, ma deliberatamente svuotata a causa di un allagamento e il contenuto trasportato in altri luoghi. Solo setacciando tonnellate di calcare hanno trovato frammenti di vasi di alabastro, che recavano iscrizioni con i nomi di Thutmose II e Hatshepsut. Frammenti che probabilmente si sono rotti durante il trasferimento della tomba.

I manufatti sono i primi oggetti trovati associati alla sepoltura di Thutmose II. Il dottor Litherland ha dichiarato che il suo team aveva una vaga idea di dove possa trovarsi la seconda tomba e che potrebbe essere ancora intatta con i suoi tesori.

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Le Grotte di Pertosa-Auletta svelano un nuovo tesoro: una struttura di culto di età ellenistica

Situate nel massiccio dei Monti Alburni, le Grotte di Pertosa-Auletta sono uno dei geositi focali del Geoparco Cilento, le uniche grotte in Italia dove è possibile navigare un fiume sotterraneo, il Negro, e le sole in Europa a conservare i resti di un villaggio palafitticolo risalente al II millennio a.C. Se di per sé queste caratteristiche sono uniche, sappiate che in realtà c’è molto di più.

Durante la campagna di ricerche archeologiche iniziata nella seconda metà di gennaio, infatti, è stata svelata l’esistenza di una struttura di culto di età ellenistica (IV-I secolo a.C.) presente lungo il corso d’acqua sotterraneo. Le grotte continuano così a ricoprire un ruolo di spicco tra le più importanti testimonianze archeologiche e naturalistiche del territorio europeo.

A collaborare al progetto sono la Fondazione MIdA e l’Istituto Centrale per l’Archeologia che il 22 febbraio, in occasione del tourismA – Salone Archeologia e Turismo Culturale 2025 a Firenze, ne parleranno durante un convegno per presentare l’importanza archeologica del sito.

La scoperta della struttura di culto alle Grotte di Pertosa-Auletta

Le Grotte di Pertosa-Auletta continuano a stupire e ad affascinare. Durante gli scavi eseguiti a gennaio, il team composto da un’équipe specializzata in speleoarcheologia, che ha condotto l’esplorazione del deposito stratificato, situato nell’alveo del fiume sotterraneo, ha portato alla luce una struttura di culto risalente all’età ellenistica. Qui sono stati ritrovati numerosi reperti che, nei prossimi mesi, verranno studiati e documentati con cura. Tra questi citiamo uno scalpello e un bruciatore d’incenso.

Al tempo stesso sono proseguite le ricerche sulla palafitta protostorica presente nella cavità, un caso unico in Europa in ambiente ipogeo, dove sono state individuate ulteriori estensioni della struttura, la quale verrà sottoposta a campionature di legni per successive analisi di laboratorio.

Questa campagna di scavi non sarà l’unica perché, grazie a una concessione triennale del Ministero della Cultura, la Fondazione MIdA (Musei Integrati dell’Ambiente) ha potuto avviare un progetto che si estenderà fino al 2027. L’obiettivo è quello di approfondire le conoscenze sulle recenti scoperte, svelando nuove informazioni sul rapporto tra l’uomo e le grotte nel corso dei millenni.

Scalpello Grotte Pertosa Auletta

Fonte: Ufficio Stampa

Scalpello trovato durante gli scavi alle Grotte Pertosa-Auletta

Grotte Pertosa-Auletta, un patrimonio unico

Le Grotte di Pertosa-Auletta, come avrete immaginato, rappresentano un patrimonio unico perché custodiscono l’unico insediamento palafitticolo sotterraneo di tutta Europa. Questo complesso di strutture, risalenti al II millennio a.C., è situato all’ingresso delle grotte. Responsabile del sito e dei musei associati è la Fondazione MIdA che, da anni, porta avanti ricerche scientifiche e progetti di valorizzazione culturale per far conoscere al mondo l’importanza di questo luogo.

Le grotte, che si estendono per circa tremila metri nel massiccio dei Monti Alburni, possono essere visitate con un tour suggestivo di 1 ora compresa di navigazione in barca dove potrete ammirare un percorso ricco di concrezioni, dove stalattiti e stalagmiti decorano ogni spazio con forme, colori e dimensioni diverse. Gli ambienti interni si contraddistinguono per i loro nomi suggestivi come Sala delle Meraviglie, Belvedere, Grande Sala, Sala del Trono e Sala dell’Unione, con il “bacio” tra stalattite e stalagmite.