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In Egitto partono le crociere sul Mar Rosso (e non solo)

In occasione della Borsa internazionale del turismo che si è appena conclusa a Milano, abbiamo incontrato Amr Elkady, CEO di Egyptian Tourism Authority, per chiedere spiegazioni sul successo che l’Egitto riscuote sempre con i turisti italiani e per farci raccontare le novità che si aspettano. Tra queste, alcune davvero inedite.

Ci può dire quanti italiani sono venuti in Egitto lo scorso anno?
All’incirca 800mila ovvero più o meno gli stessi del 2023, ma sicuramente meno rispetto al 2019. Il conflitto in Medioriente preoccupa ancora molto gli italiani. Il bello degli italiani è che voglioso sperimentare tutto, non solo il mare e la spiaggia. Vanno ad Alessandria, a Marsa Matruh, Luxor, Aswan, sul Mar Rosso a Sharm el-Sheikh, a Marsa Alam e anche nel deserto, insomma dappertutto e questa è la grande differenza che c’è tra i turisti italiani e, per esempio, i tedeschi che vogliono andare solo a Hurghada o agli americani che vogliono visitare solo l’Egitto classico e quindi Il Cairo, Luxor e Aswan, gli arabi vogliono solo andare in spiaggia.

Quali sono le novità che dobbiamo aspettarci per quest’anno?
Innanzitutto, ci sarà il grand opening del GEM, il Grand Egyptian Museum, che è già aperto al cento per cento da qualche mese ma a luglio ci sarà l’apertura eccezionale di altre due nuove gallerie che saranno inaugurate proprio per il grande evento a cui prenderanno parte tante personalità, Capi di Stato, famiglie reali. Questo è solo uno dei motivi per venire al Cairo.

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Fonte: @Egyptian Tourism Authority

Il GEM, Grand Egyptian Museum del Cairo

Il Cairo è una meta consigliata anche per un city break, quindi?
Assolutamente, Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo iniziato a promuovere Il Cairo proprio come meta ideale per un city break. Questa città di 5000 anni ha davvero tantissimo da offrire: le antichità egizie, ma anche rovine romane, resti delle civiltà ebraica, araba, turca e anche moderna e non ha nulla da invidiare a Roma. È un concentrato di tutto l’Egitto, noi stessi chiamiamo Il Cairo “Egitto”, è una destinazione perfetta per un viaggio di quattro-cinque giorni. A un’ora dal Cairo poi c’è l’Oasi di Fayyum che da sola merita un viaggio. Un luogo naturale e storico dove ci sono laghi, wadi, antichi villaggi e siti archeologici, tra cui piramidi e necropoli e che negli Anni ’80 ha attirato molti artisti della terracotta che vi si sono trasferiti a vivere. Ci si può anche fermare a dormire almeno una notte perché è una meta turistica con tanto di hotel.

Si parla molto di sostenibilità, come si pone l’Egitto a tale proposito?
Dal 2022 abbiamo iniziato a ospitare la COP (i.e., la Conference of Parties, la riunione annuale dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) e ora stiamo organizzando la COP 2027. Per poterlo fare abbiamo dovuto portare degli esempi di sostenibilità. Abbiamo iniziato dagli hotel che devono essere completamente green, a partire dal minor utilizzo di plastica per incoraggiare il riciclo del materiale, dall’energia rinnovabile, per cu abbiamo realizzato degli enormi impianti solari vicino ad Aswan e stiamo erigendo delle pale eoliche grazie all’aiuto di alcune aziende italiane nei pressi di Hurghada perché è una zona molto ventilata, ma tra i progetti futuri c’è anche la costruzione di un impianto nucleare.

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Fonte: @Egyptian Tourism Authority

Immersioni nei fondali del Mar Rosso

A oggi, circa il 40% delle camere d’hotel sono alimentate da energia pulita. Inoltre, stiamo incoraggiando i proprietari di strutture alberghiere a costruirsi la propria fonte energetica rinnovabile grazie ad aiuti statali. I tour operator internazionali stanno chiedendo ai propri partner di sensibilizzarsi da questo punto di vista. Abbiamo un marchio che certifica le strutture alberghiere, i diving center e le attività turistiche sostenibili.

Anche le crociere sul Nilo sono ripartite alla grande.
Le crociere sul Nilo sono strapiene nonostante siamo molto costose. C’è una fortissima richiesta ed è un tipo di viaggio che non è mai cambiato nel corso degli anni perché si naviga attraverso la storia. Ma ora stiamo crescendo anche nelle crociere marittime, in particolar modo sul Mar Rosso. Si tratta di un tipo di viaggio che non avevamo mai avuto finora ma, poiché l’Arabia Saudita sta sviluppando fortemente il proprio turismo, ora stiamo operando con loro nell’organizzazione di crociere attraverso il Mar Rosso.

Crociera Nilo viaggi coppia

Fonte: iStock

La crociera sul Nilo tra i viaggi più amati

Le navi partono da Jeddah e fanno tappa ad Aqaba in Giordania, a Sharm el-Sheikh e Hurghada per poi tornare in Arabia Saudita. Sono crociere di quattro giorni che sono partite circa un mese fa. Il settore delle crociere per noi in questo momento è molto importante. In tutto il Paese stiamo sviluppando delle marine per ospitare i superyacht e le navi da crociera. Ne stiamo costruendo una sul Mediterraneo, una a Sharm el-Sheikh e una a Hurghada. L’idea è che i superyacht che arrivano dal Mar Mediterraneo attraversino il Canale di Suez per raggiungere il Mar Rosso. Stiamo anche studiando delle procedure più snelle per accogliere questo tipo di turismo crocieristico. Questa è una delle grandi novità.

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Interviste Viaggi

Pier Ezhaya, Astoi: dove vanno gli italiani e quali mete scelgono quest’anno

Presidente di Astoi Confindustria viaggi, l’associazione dei tour operator italiani, ma da decenni nel settore travel, Pier Ezhaya è l’uomo giusto nel posto giusto per fornire uno punto di vista autorevole a ciò che sta accadendo nel settore dei viaggi e per fare analisi e previsioni future. Lo abbiamo incontrato durante la Borsa internazionale del turismo che si è appena conclusa a Rho Fiera Milano per farci raccontare trend e mete di viaggio dove stanno prenotando gli italiani.

Innanzitutto, come sta andando la BIT?
I primi segnali sono positivi, quindi speriamo che sia un buon auspicio per i tre giorni di incontri d’affari e di relazioni.

Come stanno andando i viaggi per gli italiani?
Direi bene. Abbiamo concluso un 2024 con una crescita più o meno del 5-6% sul 2023 che era già stato un anno molto buono e il 2025 si è aperto con un trend altrettanto positivo. Quest’anno è caratterizzato da un evento particolarissimo che cambia un po’ lo scenario di mercato che è quello che viene chiamato “ferraprile”, perché la congiuntura di Pasqua col 25 Aprile il 1° maggio crea due ponti molto lunghi che sono di fatto due settimane importanti di vacanza. Tra l’altro, la prima delle due prevede anche il riposo scolastico e sicuramente c’è anche movimento da parte delle famiglie. Quindi questo ci dà dei segnali molto buoni su aprile. Ovviamente cambiano gli andamenti un po’ prima e un po’ dopo perché le persone concentrano su quelle due settimane le vacanze. Anche per quello che riguarda l’estate direi segnali molto positivi. C’è già una buona domanda che è iniziata molto prima, verso gennaio, e quindi, incrociando le dita, con un po’ anche di distensione internazionale che sembra stia avvenendo, sarà un anno almeno simile, come crescita al 2024, quindi un 5-6%.

E come destinazioni, ci sono già delle previsioni sulle preferenze degli italiani?
Sì, molto dipende dalle stagioni. In inverno la fa da padrona il lungo raggio, quindi Caraibi, East Africa e le Maldive ovviamente che sono molto amate dagli italiani. In estate la partita si gioca un po’ di più sul corto raggio e sul medio raggio quindi sul Mediterraneo, Nord Africa, l’Italia ovviamente che è una meta sempre molto amata dai nostri connazionali, Grecia, Spagna e poi c’è anche un po’ di domanda per i viaggi un pochino più articolati, quindi viaggi su misura come Giappone, Stati Uniti, Sudafrica, Sudamerica. Stiamo vivendo un ritorno a sperimentare ed esplorare tutta la gamma di prodotto che abbiamo. Molto bene anche le crociere. Abbiamo un’associazione crocierista molto importante che riscontra dei numeri addirittura migliori del pre-Covid quindi siamo contenti anche di questo.

Ci sono anche dei nuovi trend a parte appunto il “su misura” che pare stia crescendo parecchio ultimamente?
Sì, c’è un pochino più di attenzione all’ambiente. Oggi i clienti ancora non pagano una differenza tra avere una struttura più attenta all’ambiente e forse dobbiamo ancora fare qualche passo avanti da questo punto di vista come Paese però, a parità di prezzo, i consumatori incominciano a essere attenti anche alla sostenibilità che si traduce anche in contatto col territorio e uso sociale. Non dimentichiamo che quando un turista va in un Paese che ha meno possibilità economiche del nostro aiuta comunque l’economia a sostenersi, quindi questo diventa anche un elemento di sostenibilità sociale che ci fa bene.

E poi c’è una grande ricerca di esperienzialità, quindi non ci si accontenta più di vedere luoghi e si spende anche molto per fare queste esperienze che magari sono un giorno o mezza giornata durante un viaggio, ma sono quelle cose che poi rimangono impresse, come un campo tendato nel deserto o una notte in un faro in Argentina oppure entrare in un tempio in Thailandia quando è chiuso e poterlo visitare da soli al tramonto. Insomma, i clienti cercano un po’ di più questi tipi di esperienze.

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Asia Giordania Interviste itinerari Viaggi

In Giordania con nuovi e meravigliosi itinerari

Nonostante gli europei e gli americani abbiano preferito altre destinazioni considerate più sicure, il turismo in Giordania ha subìto solamente una leggera flessione (-4%) rispetto all’anno precedente, nonostante gli arrivi dei i turisti prevenienti dai Paesi europei e americani sia siano ridotti alla metà. Merito dei visitatori provenienti dai paesi del Golfo che amano questo Paese per la sua cultura, ma anche per il suo clima ventilato dove trascorrere delle piacevoli vacanze.

A raccontarlo è stato Wael Arousan, vicedirettore generale di Jordan Tourism Board, che abbiamo avuto il piacere di incontrare in occasione della Borsa internazionale del turismo 2025 all’immancabile stand della Giordania.

Poiché la situazione nella Striscia di Gaza sta migliorando, il vicedirettore ha espresso fiducia nel fatto che i numeri torneranno ai livelli di prima e ha annunciato che, a partire dal mese di aprile, riprenderanno anche i voli delle compagnie aeree low cost, Ryanair e WizzAir, che partiranno dall’Italia diretti verso Amman, riportando finalmente gli italiani nel Paese che amano tanto con un minimo di dieci voli diretti alla settimana da tutta Italia oltre a quelli già operati dalla compagnia di Bandiera Royal Jordanian.

Già a gennaio 2025 rispetto allo stesso mese del 2024 gli arrivi sono aumentati del 34%, ha spiegato Arousan. La Giordania, del resto, è un Paese perfetto per ogni tipologia di turista, dalle famiglie ai “solo travel” e a chi cerca un tipo di turismo di lusso. Gli italiani in particolare cercano un tipo di turismo legato alle nuove esperienze e non soltanto ai classici tour, vogliono nuove destinazioni e in Giordania si può trovare tutto ciò.

Ci siamo fatti consigliare qualche luogo meno noto e turistico della Giordania dove gli italiani potrebbero andare. “Uno dei luoghi, per esempio, è Umm El Jimal, che è un sito Unesco”, ha consigliato (un’oasi araba per le carovane del deserto anche nota come “l’Oasi Nera” che si trova a un’ottantina di chilometri dalla Capitale Amman), ma noi stiamo puntando anche su un altro tipo di esperienza che è quella negli agriturismi e che siamo certi piacerà agli italiani. Naturalmente c’è il turismo sostenibile con esperienze uniche, il Jordan Trail he la Lonely Planet ha inserito nei Best in Travel tra i viaggi da fare nel 2025 e poi stiamo rilanciando la Giordania come destinazione religiosa legata anche al Giubileo 2025. Sul luogo del battesimo di Cristo, sulle rive del fiume Giordano, per esempio, è appena stata inaugurata una chiesa enorme di circa 2000 metri quadrati”.

E, proprio in occasione dell’anniversario dei 30 anni di relazioni diplomatiche tra la Giordania e il Vaticano e il 60° anniversario della visita di Papa Paolo VI in Giordania avvenuta nel 1964, Palazzo della Cancelleria a Roma ospita fino al 28 febbraio la mostra “Giordania: l’alba del cristianesimo“, attraverso 90 reperti che narrano la storia del cristianesimo, dai suoi albori fino ai giorni nostri. Questi tesori, selezionati con attenzione da circa 34 siti archeologici in Giordania, rappresentano un legame profondo con le radici del cristianesimo in questa terra. “Con questa mostra i visitatori possono scoprire in profondità la storia del nostro Paese e i luoghi di pellegrinaggio della Giordania”.

“A proposito di solo travel, tra le nuove proposte in Giordania c’è il Cammino di Egeria, ideale per le donne che vogliono venire anche sole nel nostro Paese. Egeria era una suora che visse nel III secolo e che venne dalla Spagna lungo il Cammino di Santiago fino in Giordania, lasciando un diario del suo viaggio che può essere ripercorso ancora oggi. Lo si percorre in due giorni e parte dal Monte Nebo fino al luogo del battesimo. È un modo per proporre la Giordania come destinazione sicura anche per donne che viaggiano in modo individuale, quindi”.

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Interviste matrimoni tradizioni Viaggi

Invitare turisti stranieri al matrimonio diventa un’esperienza culturale. Nasce Wedding Privè

In un matrimonio cubano che si rispetti, mai e poi mai, può mancare la Baile del Billete, la caratteristica danza del denaro che prevede che lo sposo appunti delle banconote sul vestito della sposa durante il ballo. In Scozia, invece, i neo coniugi sono chiamati a partecipare al rito del Quaich: un brindisi particolare con quella che è conosciuta come la coppa dell’amore. In Iran gli sposi devono sedersi davanti al Sofreh, un banchetto nuziale che contiene tutti oggetti rappresentativi della loro vita insieme, mentre in Messico c’è il romantico rituale del Lazo: le mani dei due coniugi vengo legate dall’officiate in una corda.

Queste sono solo alcune delle tradizioni più belle, suggestive e romantiche che appartengono alla cerimonie nuziali del mondo, perché è proprio vero che “Paese che vai matrimonio che trovi”. Questi giorni così speciali e importanti, infatti, raccontano storie, evocano emozioni e interpretano il senso di appartenenza, non solo dei diretti interessati ma delle intere comunità che vivono nel territorio.

Il matrimonio è forse una delle più alte interpretazioni della cultura, del folclore e delle tradizioni di un popolo e questo lo hanno capito, forse più degli altri, Davide Genovesi e Luca Manelli che hanno fondato una start up, dal nome Wedding Privé, che permette ai turisti e ai viaggiatori stranieri di partecipare ai banchetti nuziali in Italia, e agli sposi di risparmiare sulla festa.

Così il matrimonio diventa un’esperienza autentica e globale

Impossibile non restare affascinati da questo progetto. Wedding Privè è una start up giovanissima lanciata alcuni mesi fa da Davide Genoversi e Luca Manelli, due 34enni che condividono l’amicizia, la passione per i viaggi e anche quella nei confronti del mondo delle start up. Sono stati proprio loro a dare vita a quello che possiamo definire un progetto sicuramente rivoluzionario nel mondo dei matrimoni.

Wedding Privè

Fonte: Wedding Privè

Luca Manelli e Davide Genoversi, soci fondatori di Wedding Privè

Da una parte, infatti, un’esperienza esclusiva senza eguali: turisti e viaggiatori stranieri possono assistere a un matrimonio italiano, conoscere le sue tradizioni e partecipare, in prima persona, a riti e promesse. Dall’altra, invece, il sogno degli sposi che diventa più economico grazie alla presenza di ospiti speciali e paganti, provenienti da culture diverse, e interessati a vivere un’esperienza autentica in Italia. Ma come funziona nello specifico Wedding Privè? E come è nata questa idea che rivoluziona il mondo dei matrimoni e quello dei viaggi? Ce lo racconta direttamente Davide, socio fondatore insieme a Luca di Wedding Privè.

Come è nata l’idea di creare Wedding Privè?
L’idea è nata più da una necessità personale. Tempo fa un mio carissimo amico ha partecipato a un matrimonio in Finlandia e il suo racconto, fatto con tanto entusiasmo, mi ha fatto desiderare di vivere un’esperienza simile. Poi mi è capitato, invece, di partecipare all’addio al celibato di un mio amico dove c’erano moltissime persone, anche di diversa nazionalità. In questa occasione ho conosciuto un ragazzo iraniano appena convolato a nozze che mi ha fatto vedere le foto del suo matrimonio: era tutto così diverso e affascinante. In quel momento ho pensato che mi sarebbe piaciuto tantissimo partecipare a un matrimonio iraniano o di un’altra nazionalità per conoscere le sue tradizioni, per viverle in prima persona.

E così hai deciso di dare vita a questo progetto…
Da amante dei viaggi e da appassionato di start up mi sono fatto una domanda: abbiamo tutto, abbiamo accesso a ogni cosa e a ogni strumento di facilitazione in ogni settore, perché non possiamo partecipare a un matrimonio in un altro Paese? Forse nessuno si è fatto questa domanda, prima di adesso, ma io sì, e la risposta è stata: “Ok lo faccio io”. Ne ho parlato poi con Luca, un amico con il quale condivido la passione dei viaggi e delle start up, e abbiamo deciso di lanciarci in questo progetto.

C’è una piattaforma, ci sono i fornitori e i partner e, naturalmente, i turisti e gli sposi. Ma come funziona nel dettaglio?
Sì, lavoriamo con dei partner sia lato sposi, come location, fotografi e wedding planner, che con delle agenzie e tour operator per arrivare ai viaggiatori e turisti. Quando una coppia di sposi è interessata può registrarsi alla piattaforma ed entrare in contatto con noi per discutere del matrimonio, del suo valore, delle tradizioni da condividere e, naturalmente, della possibilità di aggiungere un tavolo per degli ospiti paganti di culture differenti. Possono

I turisti, solitamente altospendenti, vengono a conoscenza del progetto, e di questa opportunità, attraverso le agenzie di viaggio che propongo questa esperienza esclusiva che dura tutta la giornata. Non solo contribuiscono in qualche modo alle spese sostenute dagli sposi per la celebrazione ma partecipano a tutti gli effetti alla festa come invitati.

Cosa ne pensano gli sposi di Wedding Privè?
Sicuramente c’è tantissima curiosità intorno a questo progetto che è stato accolto molto bene, soprattutto dagli sposi che possono abbattere una parte dei costi sostenuti per l’organizzazione. Ci sono anche delle riserve, questo è normale, perché si tratta di qualcosa di inedito. Per questo ci teniamo sempre a sentirli in prima persona e a spiegargli il funzionamento del progetto. Loro non vengono mai lasciati soli: gli ospiti internazionali, infatti, sono accompagnati da una figura, una sorta di cicerone che traduce e che spiega in tempo reale quello che succede, ma che al contempo garantisce anche una sicurezza agli sposi per tutelare e preservare il loro giorno speciale da qualsiasi inconveniente.

E i turisti?
Anche loro sono molto entusiasti, così come lo sono le agenzie partner che possono proporre un’esperienza inedita e immersiva. Si tratta di qualcosa che ti immerge nei costumi locali completamente, ed è quello che poi cerco anche io quando viaggio: conoscere persone vere, entrare in contatto con le loro storie e con le loro tradizioni. I primi matrimoni, che vedranno la loro partecipazione attiva, sono previsti a maggio e continueranno per tutta l’estate. La figura del “cicerone”, di cui parlavo prima, è focale anche per gli ospiti internazionali perché sarà proprio lui a spiegare in tempo reale quello che succede e a svelare cosa si nasconde dietro a determinate tradizioni locali, come il taglio della torta o il lancio del boquet.

Come immaginate l’evoluzione di questo progetto in un futuro non troppo lontano?

In futuro ci piacerebbe ampliare il progetto e coinvolgere più persone. Immaginiamo che avere uno, due o addirittura tre tavoli riservati a ospiti di nazionalità differente possa diventare trendy. Se oggi gli sposi si avvicinano per curiosità, ma anche e soprattutto per l’aspetto economico e la possibilità di risparmiare, tra qualche anno auspichiamo che l’esperienza diventi il driver principale. Del resto partecipare a un matrimonio in un Paese differente e avere la possibilità di condividere il giorno più importante con persone che hanno usanze così diverse dalle nostre apporta una ricchezza infinita: l’incontro e la fusione di culture diverse. 

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“Avevo paura di volare, oggi curo l’aerofobia con la realtà virtuale”

L’uomo sogna di volare, ma spesso ha paura di farlo. E questa, dati alla mano, è una condizione che colpisce tantissime persone, in Italia e nel mondo intero. Nonostante, infatti, l’aereo sia considerato il mezzo di trasporto più sicuro – confermato da statistiche e ricerche – l’aerofobia, conosciuta anche con il termine aviofobia, è un disturbo molto diffuso e anche piuttosto limitante.

In un sondaggio svolto dall’Istituto di Ricerca YouGov, infatti, è emerso che il 20% di coloro che soffrono di aerofobia rinuncia a volare completamente. Non si tratta, però, di un epilogo già scritto perché il processo è reversibile e a parlarcene oggi è Igor Graziato, psicoterapeuta e fondatore di SkyConfidence, che ha trovato nella tecnologia, e più nello specifico nella realtà virtuale, un’alleata nel percorso terapeutico.

“Anche io ho vissuto e affrontato questa paura” – ci ha raccontato l’esperto che ha ideato un percorso terapeutico per aiutare le persone a superare l’aerofobia – “Ma oggi volare è una parte piacevole della mia vita, ed è incredibile vedere i miei pazienti fare lo stesso viaggio, sia metaforicamente che letteralmente”.

L’aereo è considerato il mezzo di trasporto più sicuro, ma la paura è irrazionale. Quali sono le cause scatenanti di questa fobia?
L’aereo si conferma uno dei mezzi di trasporto più sicuri al mondo. Una recente ricerca condotta dal prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) evidenzia un trend di miglioramento continuo nella sicurezza aerea negli ultimi cinquant’anni. Nonostante questi dati, la paura di volare è un fenomeno piuttosto comune. Non si tratta di una semplice questione di coraggio o di razionalità, ma di un complesso meccanismo che coinvolge processi cerebrali profondi e che si manifesta con sintomi fisici come la sudorazione, le palpitazioni, un senso di soffocamento e di panico. Infatti l’aerofobia sfugge al controllo cosciente della persona.

Sono diverse le cause che possono scatenare questa fobia, tra cui possiamo individuare dei fattori psicologici come la mancanza di controllo, il sentirsi “in balia” del pilota e dell’equipaggio, senza poter influire sull’andamento del volo e il doversi quindi affidare a degli estranei; oppure la claustrofobia, la permanenza in uno spazio chiuso come un aereo, o ancora l’acrofobia, la paura dell’altezza che può intensificarsi durante il volo, soprattutto nella fase di decollo e di atterraggio dove la percezione visiva può incrementare questa sensazione negativa. Infatti il timore di avere un attacco di panico in volo, e la conseguente paura del giudizio altrui, può alimentare l’ansia. Inoltre, la presenza di altre fobie, disturbi d’ansia, disturbi di personalità o stati depressivi può amplificare la paura di volare. Tra le cause scatenanti in genere è facile rintracciare un’esperienza negativa diretta o indiretta, anche se alle volte può essere sufficiente un racconto di un volo negativo da parte di un conoscente. Da non sottovalutare è l’influenza dei media che tendono a spettacolarizzare gli incidenti aerei o alle volte anche solo delle forti turbolenze questo atteggiamento da parte loro può amplificare la percezione del rischio associato al volo. È importante, infatti, ricordare che la paura di volare è una fobia come le altre e che esistono terapie efficaci per superarla.

Dati alla mano (sondaggio svolto dall’istituto di ricerca YouGov), vediamo che il 20% di coloro che soffrono di aerofobia rinuncia a volare completamente. Quanto è limitante questa fobia?
La paura di volare è un timore molto comune: secondo il National Institute of Mental Health, il 6,5% delle persone prova una vera e propria fobia al solo pensiero di prendere un aereo. Se consideriamo anche coloro che, pur non avendo una fobia conclamata, sperimentano disagio e ansia quando prenotano o si apprestano a volare, la percentuale sale a oltre il 40%. È importante sottolineare che le statistiche possono variare a seconda dei metodi di classificazione e della popolazione considerata. Tuttavia, è indubbio che la paura di volare sia una delle fobie più diffuse a livello globale, con un impatto significativo sulla vita di molte persone.

Anche molti VIP soffrono di questa paura e sempre più spesso lo dichiarano pubblicamente. Questo è un fatto positivo perché aiuta a superare lo stigma sociale rispetto alle problematiche psicologiche. Come tutte le fobie anche l’aerofobia può limitare il campo d’azione, portando a rinunciare a viaggi di lavoro o di piacere e influenzando negativamente le scelte personali e professionali. Inoltre l’aerofobia mina anche altri aspetti dell’individuo come l’autostima, il timore di non essere adeguati e con il tempo tende a peggiorare generalizzandosi anche rispetto ad altre situazioni. A volte, la fobia può manifestarsi improvvisamente, anche dopo numerose esperienze di volo positive, magari a seguito di un evento personale stressante o di un volo turbolento.

Quando e come è nata l’idea di creare SkyConfidence?
SkyConfidence è un progetto che è nato con l’obiettivo di fornire alle persone che soffrono di aerofobia una soluzione innovativa, personalizzata ed efficace per affrontare la paura di volare. Ho vissuto in prima persona quanto possa essere limitante questo disturbo e questa mia esperienza personale mi ha motivato. La paura di volare è una questione complessa sul piano psicologico, ogni caso è diverso dall’altro e richiede quindi un approccio specifico che difficilmente un corso tradizionale può fornire. SkyConfidence si fonda su approccio detto evidence based che unisce la ricerca scientifica all’esperienza clinica per fornire un percorso efficace.

Inoltre SkyConfidence integra l’uso della realtà virtuale (detta VRT Virtual Reality Therapy una metodologia molto efficace per il trattamento delle fobie specifiche), l’ipnosi e delle esperienze dal vivo sia su dei simulatori di volo professionali che su aeromobili con piloti professionisti e psicologi. Il metodo è graduale e viene costruito su misura a seconda delle  specifiche esigenze della persona. Questo approccio permette ai pazienti di confrontarsi gradualmente con le proprie paure in un ambiente controllato, aiutandoli a gestirle e a superarle efficacemente​ e fornendo loro degli strumenti da portare con sé per gestire l’ansia e lo stress in ogni situazione. L’obiettivo finale è quello di renderli autonomi nel volo.

Quindi trasformare la paura di volare nel “piacere di volare”, è possibile?
Assolutamente sì! Ho scelto di chiamare questo metodo SkyConfidence “Il Piacere di Volare” perché racchiude perfettamente la trasformazione che le persone possono sperimentare durante il loro percorso. Non si tratta solo di superare la paura di volare, ma di andare oltre, scoprendo il volo come un’esperienza positiva, piacevole e arricchente. Voglio aiutare le persone a modificare la percezione del volo: non solo ad eliminare l’ansia, ma a sostituirla con sensazioni piacevoli quali la serenità, la curiosità e l’entusiasmo. Attraverso delle tecniche innovative come la realtà virtuale e percorsi personalizzati, mostro ai miei pazienti che il volo può essere un’opportunità di crescita e di libertà, non una sfida. “Il Piacere di Volare” è un messaggio di speranza: ciò che oggi sembra un ostacolo, domani può diventare una fonte di gioia. Voglio trasmettere l’idea che il cambiamento è possibile e che può portare l’individuo ad una trasformazione straordinariamente positiva. Questo può riguardare la difficoltà di volare ma più in generale la propria esistenza.

Nello specifico caso della realtà virtuale, in che modo questa interviene sulla fobia?
La realtà virtuale è un metodo innovativo e altamente efficace per intervenire sulla fobia del volo, poiché consente di creare un ambiente estremamente realistico, ma in un contesto totalmente sicuro e controllato. Grazie a questa tecnologia, il paziente può affrontare gradualmente le proprie paure immergendosi in simulazioni che riproducono ogni fase di un volo, dall’arrivo in aeroporto al decollo, fino alla gestione di eventi come la turbolenza e l’atterraggio. Questa esposizione graduale permette di desensibilizzare la mente e di ridurre progressivamente l’impatto emotivo che tali situazioni suscitano. Il metodo si chiama VRT (Virtual Reality Therapy) ed è composto da un visore per la realtà virtuale, da un software specifico per il trattamento delle fobie e dalla presenza di uno psicologo-psicoterapeuta debitamente formato all’uso del metodo.

Un aspetto cruciale della realtà virtuale è che il paziente ha la consapevolezza di trovarsi in un luogo sicuro, sotto la guida e con il supporto del terapeuta, che può monitorare le sue reazioni fisiologiche in tempo reale e regolare così l’intensità dell’esperienza in base alle sue esigenze. Questo controllo rende possibile affrontare la paura senza che si scateni un senso di sopraffazione. Inoltre, l’immersione ripetuta in queste situazioni virtuali consente al cervello di rielaborare la percezione del pericolo, sostituendo la risposta di paura con una maggiore sensazione di calma e di controllo. Durante le sessioni, il terapeuta può insegnare strategie di rilassamento e gestione dell’ansia, che il paziente può applicare direttamente nelle situazioni simulate. In questo modo, la mente impara a reagire in modo più razionale e meno emotivo a stimoli che prima provocavano panico. Questo processo aiuta a ristrutturare i pensieri catastrofici e a sviluppare una nuova percezione del volo, basata su dati reali e non sulle paure irrazionali. La realtà virtuale, quindi, non solo desensibilizza il paziente, ma lo prepara concretamente ad affrontare un volo reale con una maggiore serenità e fiducia.

Igor Graziato, psicoterapeuta

Fonte: Igor Graziato

Lo psicoterapeuta Igor Graziato ci spiega come superare la paura di volare

Ci sono dei consigli che può dare ai nostri viaggiatori che hanno paura di volare e che possono mettere in pratica già dal prossimo viaggio?
Certamente! Iniziamo subito con un cambio di prospettiva: se si ha paura di volare, significa che il nostro cervello sta svolgendo fin troppo bene il suo compito, ovvero quello di proteggerci e garantirci la sopravvivenza! La paura di volare, quindi, non è sintomo di mancanza di coraggio, quanto piuttosto una reazione di protezione eccessiva di fronte a un pericolo percepito come molto grande (quando in realtà è molto più facile farsi male in casa appendendo un quadro o essere vittime di un incidente stradale). Quindi per prima cosa è fondamentale imparare a rilassarsi, ad esempio, attraverso la respirazione per ridurre, in modo del tutto naturale, l’ansia.

Un’altra cosa che può aiutare è quella di ricordarsi che l’aereo non è sospeso nel nulla dato che l’aria diventa una specie di solida autostrada sopra la quale il velivolo è appoggiato. Può anche essere utile visualizzare il fatto di trovarsi su un treno o su un bus e rendersi conto che i movimenti che si percepiscono sono in fondo gli stessi che si provano su questi mezzi. Inoltre è fondamentale ricordarsi che le turbolenze non sono pericolose per l’aereo e che i vuoti d’aria non esistono. Un altro aspetto importante è comunicare con il personale di bordo che è formato apposta per affrontare anche le situazioni di panico o di ansia. Se poi la questione è invalidante e volare diventa uno stress insopportabile al punto da farvi rinunciare a viaggi o ad occasioni di lavoro è importante cercare un supporto professionale.

Anche lei ha avuto paura di volare? E come l’ha superata?
In psicoterapia, utilizziamo il concetto di self-disclosure, ovvero il condividere parti della nostra esperienza personale con i pazienti, quando questo può essere utile per farli sentire meno soli. Raccontare che anche io ho vissuto e affrontato questa paura, permette di normalizzare il problema. La paura di volare non è una debolezza, ma una reazione naturale della mente che si attiva per proteggerci, anche se in modo disfunzionale. Capire che non c’è nulla di “sbagliato” nel provare queste emozioni è il primo passo per riprendere un giusto contatto con se stessi e iniziare a lavorare su di esse. Superare la paura è stato un percorso, proprio come lo è per i miei pazienti.

Ho imparato a confrontarmi con le emozioni legate al volo, a osservarle senza giudizio e a ridurre il potere che avevano su di me. Anche grazie a tecniche che oggi insegno, come l’ipnosi, la respirazione e, nel mio caso, una conoscenza del funzionamento del volo, sono riuscito a trasformare quella paura nel piacere di volare. Racconto questa parte di me perché credo fermamente che non si debba vivere una fobia come una battaglia solitaria o come un qualcosa di cui vergognarsi. È solo un momento del proprio percorso, e con il giusto supporto, è possibile andare oltre e scoprire una versione di sé più libera e sicura. Oggi volare è una parte piacevole della mia vita, ed è incredibile vedere i miei pazienti fare lo stesso viaggio, sia metaforicamente che letteralmente.

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Percorre la foresta amazzonica in bicicletta. Il viaggio impossibile rivive 45 anni dopo

Come tutte le favole anche questa comincia con c’era una volta. Era il 1978, infatti, quando l’infermiera neozelandese Louise Juliet Sutherland, all’età di 52 anni, scelse di avventurarsi nella sua missione impossibile: attraversare la foresta amazzonica da sola in sella alla sua bici.

Una traversata tutt’altro che facile, fatta di ambienti ostili, strade mai percorse e isolamento totale, che ha segnato la storia dei viaggi in bicicletta, e non solo, due volte. La prima, nel 1978, e la seconda, oggi, grazie all’impresa del medico veronese Alberto Vaona che riportando alla luce la storia di Louise Juliet Sutherland, che oggi rivive nel libro Il Viaggio impossibile edito da Ediciclo Editore, ha scelto di calcare le sue orme pedalando per oltre 2.000 km sulla Transamazonica.

Il viaggio impossibile: intervista ad Alberto Vaona

Sono due le storie che si intrecciano in questa fiaba contemporanea dai lineamenti incantati. La prima è quella di Louise Juliet Sutherland, forse dimenticata, sicuramente poco conosciuta, l’infermiera cinquantenne di origine neozelandese che nel 1978 partì da Londra per atterrare in Brasile con un solo e unico obiettivo: compiere un’impresa epica, l’unica che ancora oggi porta la firma di una donna.

In sella alla sua bici Peugeot nuova di zecca, con due borsette attaccate al portapacchi e una scorta di latte condensato, l’infermiera compì il suo viaggio impossibile tracciandone la memoria in un libro. Un testo che, di recente, è stato ritrovato proprio da Alberto Vaona, il secondo protagonista di questa storia.

Louise Juliet Sutherland

Fonte: Ufficio Stampa Ediciclo Editore

Louise Juliet Sutherland e il suo Viaggio Impossibile tradotto da Alberto Vaona

Il medico veronese, classe 1975, durante un viaggio a Lima in Perù, sorvolò la foresta amazzonica e ne rimase incantato. Da lì cominciò la sua personale ricerca per trovare un modo per attraversare la regione in bicicletta. Fu proprio allora che fece la conoscenza di una storia di emancipazione e coraggio, quella di Louise Sutherland.

Nel 2023 Alberto Vaona ha ripercorso in bicicletta quella stessa foresta, ricalcando le orme percorse negli anni ’70 dall’infermiera neozelandese anche grazie agli appunti ricevuti dalla fsuaamiglia. Quest’anno, invece, ha tradotto il testo della Sutherland, pubblicato nel novembre del 2024 da Ediciclo Editore, per raccontare Il viaggio impossibile corredato da fotografie di ieri e di oggi.

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Il viaggio impossibile

. La prima traversata a pedali della foresta amazzonica di un’avventurosa cinquantenne

Ciao Alberto, ci parli un po’ di te?
Sono nato 49 anni fa a Verona dove sono cresciuto e vivo da sempre perché come fa dire Shakespeare a Romeo “Non c’è mondo fuori dalle mura di Verona.” In realtà di mondo ne ho trovato parecchio là fuori e il mio modo di esplorarlo è in bici, la mia grande passione. A Verona esercito la professione di medico e mi occupo in particolare di telemedicina, settore di cui ho cominciato ad occuparmi proprio al fine di poter continuare a viaggiare in bici ma al contempo poter lavorare

A che età hai scoperto la passione per la bicicletta e quando, invece, hai iniziato a viaggiare pedalando?
L’esplorazione in bici è sempre stata una mia fissa: da bambino eludevo la sorveglianza dei miei genitori e fuggivo ad esplorare le vie del quartiere…poi le colline di Verona per sentieri in bici e a 16 anni avevo già fondato la mia “agenzia” con l’amico Federico: l’Alberico viaggi. Il primo grande viaggio intercontinentale a 33 anni, 4 mesi in solitaria sulla Ruta 40 nella Patagonia argentina, il mio primo amore, quello che non si scorda mai.

Parliamo de “Il viaggio impossibile’’. Come sei venuto a conoscenza della storia di Louise Juliet Sutherland? E come è nata l’esigenza di ripercorrere le sue orme?                                                                                          Nel 2010 viaggiavo su un aereo per Lima, dove avrei iniziato la Lima Buenos Aires in bici. L’aereo volava sopra la grande foresta e dall’alto di notte vedevo i fulmini che illuminavano
là sotto le sagome degli alberi a perdita d’occhio nel buio più completo. In quel momento mi chiedevo se attraversare la foresta in bici fosse possibile. Una volta tornato a casa mi misi in testa di farlo e per prima cosa cercai se qualcuno lo aveva già fatto. E mi imbattei in “The impossible ride” della Sutherland che riuscii a recuperare in Amazon UK in una delle ormai introvabili copie autografate da Louise con “Best wishes”… quasi una dedica personalizzata.

Il viaggio nella Foresta Amazzonica di Louise Juliet Sutherland

Fonte: Ufficio Stampa Ediciclo Editore

Appunti e fotografie della traversata nella Foresta Amazzonica di Louise Juliet Sutherland

Com’è stato, invece, il tuo “Viaggio impossibile” e quali difficoltà hai incontrato?
Il libro della Sutherland lo recuperai nel 2011. Nel 2020 ero pronto a partire per rifare lo stesso percorso ma arrivò il Covid e dovetti aspettare il 2023 per riprovare. L’organizzazione è stata meticolosa e questo è stata la chiave per riuscire nell’impresa: non lasciare nulla al caso. Le difficoltà sono state legate soprattutto al clima estremamente caldo e umido mentre tra gli imprevisti – non mi si crederà – il recupero del contante: lungo tutta la Transamazzonica oggi si paga con app, ma le poche volte che non c’è il wi-fi, trovare il contante è un problema.

Qual è stato, se c’è stato, il momento più difficile della tua avventura? E quale, invece, il più bello? 
Come gruppo – viaggiavo con due compagni di viaggio – ci sono stati dei problemi che abbiamo risolto da persone adulte ma va detto anche che ci siamo uniti come gruppo proprio con questo obiettivo; quindi, ci aspettavamo che sotto pressione avremmo scricchiolato. Comunque abbiamo retto. I momenti più belli sono stati durante le notti in tenda nel cuore della foresta nel tratto più conservato. Ascoltare a notte fonda il canto di uccelli sconosciuti, simili a voci umane, alcuni vicini altri lontani, ha significato sentire che eravamo dentro la Natura, una natura misteriosa che ci parlava di noi stessi.

Ci racconti del tuo progetto IoSonoAmazzonia?
Io sono Amazzonia è lo slogan sotto cui abbiamo viaggiato: il nostro viaggio ha voluto essere una testimonianza che chi ci ha seguito ha potuto apprezzare in diretta. Abbiamo cercato di consentire a loro, un migliaio di persone, di vedere con in nostri occhi. Sul grado di deforestazione, sulle terribili violazioni dei diritti umani a cui gli indios sono sottoposti, sulle misere condizioni di vita di chi vive lungo la strada. Lo stesso libro della Sutherland nasce dall’idea di dare un contributo per migliorare il diritto alla salute delle popolazioni dell’Amazzonia (il libro è nato per finanziare il suo progetto delle Cliniche Mobili). Così anche noi abbiamo raccolto fondi per il progetto Nave della Salute di Amazonia Onlus.

20 paesi visitati in bici e la traversata della Foresta Amazzonica: quali sono i tuoi prossimi progetti?
Vorrei tornare in Amazzonia. Da Humaità, dove inizia il cul di sacco della Transamazzonica, parte la BR319, una strada non asfaltata che si dirige a nord verso Manaus e oltre e che attraversa molti parchi nazionali. Se la BR230, la Rodovia Transamazzonica, dimostra la distruzione della foresta causata dall’essere umano, la BR319 dovrebbe dimostrare invece la bellezza della foresta vergine… Il governo brasiliano ha espresso l’intenzione di asfaltarla. Vorrei percorrerla prima che arrivi l’asfalto perché con l’asfalto arriva la distruzione. E vorrei immergermi ancora una volta in quella natura “madre” che di notte ho ascoltato sussurrarmi delicatamente “messaggi misteriosi che parlavano di me”.

Fonte: Ufficio Stampa Ediciclo Editore

Alcune fotografie di Louise Juliet Sutherland contenute nel libro Il viaggio Impossibile
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Girano il mondo sulla sedia a rotelle perché “niente è impossibile”. La storia di Luca e Danilo

Come nelle fiabe più belle, anche questa storia ha una carrozza, anzi due. Ma non si tratta di zucche che sono state trasformate per magia per portare qualcuno al ballo, ma di mezzi necessari e indispensabili per muoversi, spostarsi e raggiungere ogni luogo, anche quelli in capo al mondo.

Due carrozzine per due uomini, che sono anche amici e compagni di avventura, che hanno un un obbiettivo comune: quello di sfidare e superare i loro limiti esplorando il mondo in lungo e in largo e raccontarlo in modi e maniere inedite e straordinarie. Una promessa, un patto condiviso e un invito per tutti, il loro, che ha preso forma anche attraverso il progetto Viaggio Italia Around the World, un docu-film in onda su Sky TV e i documentari su Kilimangiaro.

Loro sono Danilo Ragona e Luca Paiardi, i protagonisti di questa storia reale che, vi assicuro, sa essere ancora più bella delle fiabe. Perché il destino, che qualcuno potrebbe considerare beffardo o poco generoso conoscendo le loro storie, li ha immessi l’uno nella strada dell’altro, perché nonostante le difficoltà oggettive raramente ho conosciuto persone così affamate di vita, perché superare i limiti, per loro, non è solo una frase fatta. E anche perché quel mondo raccontato da loro, ed esplorato in lungo e in largo su una sedia a rotelle, sembra un posto ancora più bello. Questa è la loro storia.

Ciao ragazzi, ci raccontate un po’ di voi?
Danilo: Cominciamo dal principio. Io fino a 21 anni sgambettavo, ma dopo un incidente stradale ho avuto una paraplegia e sono finito in carrozzina. Dopo una prima fase tutt’altro che semplice ho deciso di rimettermi in gioco e farlo con ciò che mi appassionava: il design. Mi sono diplomato all’Istituto Europeo di Design di Torino e ho avviato diversi progetti successivamente, ma sognavo di creare un oggetto di design per me: la carrozzina che oggi utilizziamo io e Luca e che ho progettato e brevettato.
Luca: La mia vita, invece, è cambiata a 19 anni quando ho incontrato la disabilità. È stato proprio dopo questo momento che ho deciso di iscrivermi alla facoltà di architettura sentendo il bisogno di fare qualcosa di più creativo, oltre a dedicarmi alla musica che è sempre stata la mia passione. E poi ho iniziato a fare sport, il tennis per l’esattezza. Un vero terreno di gioco. Ed è qui che ho conosciuto Danilo. In realtà, piccolo aneddoto, noi siamo stati nello stesso centro riabilitativo a Torino, uno usciva e l’altro entrava. Ma non lo sapevamo.

Luca Paiardi e Danilo Ragona
Luca Paiardi e Danilo Ragona

Vi siete conosciuti sui campi da gioco e lì è nata l’amicizia. Ma come è nata, invece, la voglia di esplorare il mondo insieme?
L’idea è nata nella maniera più spontanea possibile: davanti a un panino e una birra. Ovviamente avevamo già condiviso tanto insieme e, per sport, ci eravamo già spostati per l’Italia. La prima volta abbiamo preso una macchina insieme per andare in Sardegna a un incontro di tennis, ma abbiamo fatto anche danza e, anche il quel caso, ci spostavamo parecchio. Insomma viaggiavamo come tanti, e come tutti avevamo delle vicissitudini. Ci siamo chiesti: perché non lo raccontiamo? Perché non invertiamo la narrazione del viaggio con disabilità in qualcosa di positivo, che di fatto lo è davvero. A darci la spinta è stato anche il confronto con gli altri, chi ci vedeva spostarci da una parte all’altra del Paese ci chiedeva: ma come fate?

Così è nato Viaggio Italia Around the World…
Esatto. Il progetto è nato nel 2015 con l’obiettivo di esplorare il Paese in lungo e in largo, da qui il nome. Nel 2017, però, abbiamo pensato di aggiungere anche Around the World non solo perché volevamo e stiamo girando il mondo ma anche perché siamo entrati nella famiglia de “Il Kilimangiaro”, di cui siamo tutt’ora documentaristi. Abbiamo comunque scelto di mantenere anche il nome iniziale perché partiamo dall’Italia e torniamo in Italia è perché proprio qui che, a ogni ritorno, affrontiamo un altro viaggio.

Cioè?
Andiamo all’interno delle Unità Spinali a raccontare i nostri viaggi e a portare un messaggio: si può fare. Quello che vogliamo trasmettere è che attraverso il viaggio si può uscire di casa per tornare a vivere. E poi i nostri racconti sono per tutti: per chi viaggia in carrozzina, in coppia, con la famiglia o in solitaria.

A questo proposito, come è stato accolto, e com’è tutt’ora, il vostro progetto dagli altri viaggiatori?
L’entusiasmo c’è ed è tanto anche perché noi parliamo a tutti i viaggiatori, non solo a quelli con disabilità. Raccontiamo il mondo, e soprattutto le esperienze che si possono vivere e condividere. Questo ha fatto sì che il seguito crescesse in maniera esponenziale.

Come organizzate i vostri viaggi?
Organizziamo tutto noi. Ovviamente abbiamo un team di lavoro che ci supporta nell’organizzazione del viaggio e anche sul posto per realizzare i reportage e la comunicazione. In fondo Viaggio Italia Around the World non è solo un progetto di viaggio, ma anche un progetto di comunicazione. E riguardo alla scelta delle destinazioni, invece, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta: il mondo ci offre tantissime opportunità.

Luca Paiardi e Danilo Ragona
Luca Paiardi e Danilo Ragona a Langkawi

Quale è stato il viaggio e il momento più difficile che avete affrontato? E quale, invece, quello più bello?
Ci sono state delle difficoltà, ovviamente, e anche grandi legate sia alla salute che alla gestione del gruppo. Ma tutte le esperienze sono state un concentrato di emozioni che ricordiamo sempre con piacere. Però se dobbiamo scegliere un momento più spaventoso, per così dire, diciamo che è stato quando abbiamo scelto di fare speleologia e siamo andati a venti metri sotto terra alla Cascata delle Marmore, legati a una barella, per attraversare stretti cunicoli. Il momento più bello, invece, è senza alcun dubbio legato a Rio de Janeiro. Eravamo in città, ma non eravamo riusciti a trovare i biglietti per il Carnevale ed eravamo molto sconsolati. E invece abbiamo conosciuto delle persone che non solo ci hanno invitati alla sfilata, ma ci hanno fatto sfilare sul primo carro dell’ultimo giorno. È stato incredibile sentirsi parte di un evento così bello e inclusivo, un concentrato di mondo, e di diversità, che si ritrova a far festa.

A proposito di turismo accessibile e inclusivo: a che punto siamo in Italia o nel mondo? Ci sono destinazioni che, in questo senso e secondo la vostra esperienza, possono essere un esempio da seguire?
In questi anni dove tutto è andato estremamente veloce, è un peccato vedere che l’accessibilità non è andata di pari passo. Ci stiamo organizzando per andare sulla Luna e noi, ancora, facciamo difficoltà a muoverci in una piazza o siamo impossibilitati ad andare in bagno in aereo. Certo che il lavoro da fare è tanto e, in questo senso, le città più accessibili sono proprio quelle che hanno ospitato i Giochi paralimpici. Anche quelle più turistiche, in realtà, ma non mancano casi a parte. Sarebbe utile far comprendere a tutti che più gli spazi sono accessibili più le persone, tutte, vivono meglio.

Leggo dal vostro sito che “Viaggio Italia è molto più di un viaggio, è un’esperienza alla continua scoperta dei limiti con la voglia di superarli o riconoscerli”. È un concetto molto forte, intenso e bellissimo. Vi va di raccontarci come siete arrivati a questa consapevolezza? E come attraverso la vostra attività ispirate gli altri viaggiatori a fare lo stesso?
Ci piace raccontare i nostri viaggi come persone e come amici e parlare a tutti, indistintamente: è sempre stato questo il nostro obiettivo. Noi non siamo supereroi, siamo dei viaggiatori con delle diversità e delle esigenze, ma le esperienze che viviamo possono essere vissute da tutti, così come tutti possono mettersi in gioco attraverso queste. Per esempio abbiamo organizzato dei viaggi a Fuerteventura con attività in spiaggia non esclusivamente accessibili. Ci piace definirci un laboratorio viaggiante o un incubatore, per così dire, anche perché l’occasione del viaggio fa partire altri progetti.

Quali progetti avete seguito e state seguendo?
A Matera, per esempio, abbiamo fatto partire il progetto Materamare: abbiamo mappato la Basilicata per renderla più inclusiva. Oppure, ancora, abbiamo lanciato una raccolta fondi per IO POSSO per creare delle spiagge accessibili per tutte le persone che vivono con disabilità motorie o malattie altamente invalidanti.

4 Continenti visitati, 8 Paesi esplorati e oltre 40 attività sportive: quali progetti avete, ancora, per il futuro?
La notizia del momento è che sta per uscire in Giappone un libro a fumetti che abbiamo pubblicato quattro anni fa. E in occasione della pubblicazione ad aprile andremo in Giappone. Per il futuro continueremo sicuramente a viaggiare e a raccontare le nostre avventure.

Luca Paiardi e Danilo Ragona, Cameron Highlands
Luca Paiardi e Danilo Ragona nelle Cameron Highlands in Malesia
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Arizona Interviste Nord America Viaggi

Ask the Sand: Vittorio Bongiorno ci racconta il suo viaggio in Arizona sulle tracce della città-utopia di Arcosanti

Immaginate un padre e un figlio in viaggio sulle tracce di una città-utopia costruita nel 1970 nel deserto dell’Arizona da un architetto italiano. Non è la trama di un road movie di fantascienza, ma un regalo di compleanno che diventa il cuore pulsante del documentario Ask the Sand – Can we change the future?, scritto e diretto da Vittorio Bongiorno. 

Presentato in anteprima mondiale al Biografilm 2023, ora questa avventura alla ricerca di Arcosanti è disponibile su NowTv. L’architetto Paolo Soleri, allievo di Frank Lloyd Wright, aveva l’idea di una città del futuro un po’ come il protagonista dell’ultimo film di Francis Ford Coppola Megalopolis interpretato da Adam Driver. Nel cuore del deserto americano sorge ancora oggi questo luogo sospeso tra ambizione e sogno che il regista ha visitato con il figlio poco prima della pandemia di Covid-19.

Viaggiando tra la polvere del deserto, i due hanno trascorso una settimana in questo luogo dimenticato, raccogliendo i racconti di professionisti e artisti che hanno conosciuto Soleri e di chi vive ancora oggi in quella città-utopia. Fin dalla sua anteprima italiana Ask the Sand non si è mai fermato ed è stato proiettato anche oltreoceano a Tucson, Dallas e nella stessa Arcosanti.

Il 20 e 21 Novembre Bongiorno è stato invitato dall’ordine degli architetti di Napoli e Brescia per presentare il documentario in due festival di architettura. Inoltre lui e suo figlio sono stati invitati alla Farm Cultural Park, un centro culturale in Sicilia a Favara, a due passi da Agrigento, dove hanno curato un padiglione di Countless Cities, la biennale delle città del futuro. Si può visitare facendo un percorso espositivo con foto, video e scritti dal loro viaggio. Tutte le informazioni sul sito http://www.countlesscities.com.

Sulle note delle musiche originali di Giulio e Vittorio Bongiorno, i Calexico, Joachim Cooder e Naim Amor & John Convertino, Ask the Sand è la testimonianza sincera e coinvolgente di un viaggio che unisce architettura, storia, arte, il fascino dell’America del sud e un rapporto padre-figlio complice e forte, ma pronto ad allentare la presa per un futuro più indipendente.

Arcosanti

Fonte: Ufficio stampa

Arcosanti vista dall’alto

Come nasce il tuo legame con l’America?

Il blues e il jazz sono stati la colonna sonora della prima parte della mia vita. Il mio bisnonno è scappato dalla Sicilia nel 1907 e ha vissuto negli Stati Uniti cambiando nome, e ha mandato alla famiglia i dischi di jazz e blues, e delle pistole da cowboy a mio padre. Ci ho scritto un romanzo ancora incompiuto, questo per dire che ho un legame con l’America da sempre. Nel 2013 sono partito sulle orme care del mio bisnonno e ho trovato qualcosa, anche se lui aveva lavorato molto per far perdere le sue tracce. Da lì in poi ho continuato a viaggiare per l’America e questo viaggio di Ask the Sand lo abbiamo fatto all’avventura, senza troppe aspettative. 

Come è nata l’idea?

Non ho voluto imporre niente a mio figlio, mi sembrava assurdo a 18 anni rovinare un’esperienza genuina. L’ho sempre lasciato libero di fare le sue scelte, lui ha il suo mondo di riferimento, ma se deve scegliere tra Bob Dylan e i Maneskin c’è poco da scegliere. All’epoca gli avevo detto che per il compleanno dei 18 anni gli avrei regalato un biglietto circolare per andare in giro per il mondo, ma lui mi ha detto che voleva andarci con me.

Quindi da questa contrattazione è nata l’idea di fare un viaggio più rischioso, piuttosto che tornare a New York dove eravamo già stati. Io amo che ci sia sempre un po’ di rischio in tutto quello che faccio, che si tratti di un libro, di un film… Mi piace che ci sia un margine di errore. Quindi gli ho proposto questo viaggio, visto che avrebbe studiato architettura, e a lui è piaciuta l’idea. Quindi ho voluto raccontare il suo punto di vista, poi il mio l’ho raccontato nel libro La Ballata del Deserto. 

Come vi siete preparati per questo viaggio?

L’itinerario che abbiamo organizzato prevedeva i primi tre giorni a Los Angeles, poi siamo andati ad Arcosanti una settimana con appuntamenti fissati con vari personaggi. Arcosanti è a 110 km da Phoenix in mezzo al deserto e non è semplicissima da trovare.

La mattina che siamo partiti da Los Angeles siamo arrivati la sera tardi, quindi siamo partiti a maniche corte e siamo arrivati lì che si gelava dal freddo. Era tutto chiuso e un’artista italiana ci ha dato le chiavi del nostro appartamento dicendoci che era giù nel canyon. Nel raggio di 100 km non c’era niente, non abbiamo nemmeno potuto mangiare qualcosa e siamo andati a dormire.

I locali sono stati felici di avervi lì o erano diffidenti?

La fondazione Cosanti ci ha accolto molto calorosamente, con Giulio si sono comportati come se fosse un nipote e ci hanno aperto questi archivi ancora quasi non catalogati, pertanto abbiamo avuto accesso a materiale straordinario. I filmati li ho comprati, ma le foto e i libroni che si vedono nel doc ce li hanno dati loro. Poi devo ringraziare Angelina Gentilini per lo stupendo lavoro di montaggio perché è riuscita ad armonizzare le varie nature del film e l’operatore Nicola Cavalazzi che ha viaggiato con noi.

Ci ha colpiti, tuttavia, il fatto che non ci hanno fatto entrare nelle loro residenze. Abbiamo percepito quasi una sorta di patto: la storia esterna di Arcosanti è quella, ma la storia personale di coloro che vivono lì non hanno nemmeno niente a che fare con Soleri, molti di loro non lo hanno mai incontrato. Noi li abbiamo provocati con la storia dell’utopia, e loro hanno risposto così. Dal 1970 a oggi questa città non si è mai fermata.

Interno Arcosanti

Fonte: Ufficio stampa

L’interno di un’abitazione ad Arcosanti

Come vivono i residenti di Arcosanti oggi?

Vendono le campane di bronzo e ceramica, fanno dei tour guidati con le scuole e dei workshop. Ricevono alcune donazioni da privati e chi passa lascia qualcosa, però vivono. Non è un centro sociale. “Io ho costruito lo strumento, ma la musica la decidono loro” diceva Soleri, una cosa molto democratica secondo me. Non volevo fare un doc sull’architettura in fondo e così è venuto fuori questo racconto.

Si dice che Arcosanti sia fonte di ispirazione per Star Wars…

Non c’è un documento vero e proprio che lo attesti, ma gli abitanti di Arcosanti dicono che George Lucas sia stato lì. Vedendo quelle forme però sembra chiaro il riferimento per Tatooine.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza una volta tornato a casa?

Un’esperienza simile ti lascia un bottino importante, è come tornare con la sabbia in tasca. Il viaggio di ritorno è stato avvolto dal silenzio per elaborare tutto quello che avevamo visto e vissuto. Poi c’è stato il buco nero della pandemia che ha diviso le nostre strade. Quando sono tornato avevo l’80% del documentario già girato, ma poi si è fermato tutto quindi trovare anche i finanziamenti è stata dura, ci ho messo due anni. Le difficoltà sono venute dopo insomma. Tuttavia con questo progetto mi sono staccato da mio figlio facendo una cosa che rimarrà immortale ed è una specie di miracolo, perché quando ho iniziato il viaggio non pensavo una cosa simile. Possiamo vivere lontani ma rimanere uniti. 

Cosa ti affascina del deserto?

L’orizzonte sconfinato, questa linea sfocata dove tutto è possibile mi affascina. Forse anche perché sono siciliano, ma ho visitato vari deserti degli Stati Uniti. Nel Joshua Tree nel 2013, in un ranch isolato, ho incontrato Ry Cooder che suonava con suo figlio, l’ho salutato e il figlio mi ha dato le musiche per la prima parte del film ed è lo stesso che stava nel sidecar in Buona Vista Social Club. La possibilità del deserto dove puoi girare con una libertà che non ti è concessa magari a New York. New York è stata la mia prima città americana, ma da quando ho scoperto il Sud non ci torno spesso a New York.

Com’è il tuo rapporto con il cinema, vista la tua passione per l’America?

Il mio immaginario del cinema americano sono David Lynch e Wim Wenders. Paris, Texas mi ha forgiato per come costruisco le immagini. Il documentario l’ho girato come fosse un film, senza le interviste piazzate, con una voce fuoricampo. Nel 2017 ho fatto il documentario in Texas, a Austin e mi sono immerso in questa cultura bianca venendo dal blues nero. Il country di Johnny Cash è l’immaginario che mi sono tatuato nell’anima.

Capisco che può sembrare un po’ fasullo per un italiano, ma io appena posso scappo e vado là. In Italia è un immaginario travisato perché sono mondi molto diversi, ma ho vissuto a casa di meccanici, operai, guidatori di truck, gente che ha votato anche Trump, che gira armata, ma la working class se vuoi capire l’America è importante. In tre anni di pollo fritto a Detroit, ho vissuto un pezzo di America molto diversa da quelle che vediamo nei film. 

Il documentario in alcuni momenti affronta anche il tema della sostenibilità e del consumismo in modo quasi indiretto.

Lì si riscaldano con il sole e si raffreddano con l’aria. Noi abbiamo la luce, il sole e il vento. Abbiamo davvero bisogno di tenere la temperatura delle nostre case a dieci gradi d’estate? A me sembra folle e non ho il condizionatore, non per fare Captain Fantastic (un film che mi ha colpito molto), ma mi sembra folle usarlo quando poi ci lamentiamo che il mondo va a fuoco. Gli americani sono i primi, io quando sono lì gli spengo le luci, i condizionatori. 

La musica?

Ho usato le musiche di Calexico e di Joaquim Cooder. I Calexico li ascolto da trent’anni e quando li ho contattati mandandogli del girato con alcune loro canzoni gli è piaciuto molto e mi hanno aiutato anche nella contrattazione con le case discografiche. Loro sono molto attenti all’ambiente, il musicista vive a El Paso e vivono molto la frontiera. 

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Interviste Marche Viaggi viaggiare

Marche, una regione al plurale per la varietà dell’offreta turistica

Le Marche sono l’unica regione al plurale d’Italia, e questo fatto linguistico è motivo di vanto chi ha il compito di promuoverne il territorio così vario e ricco di attrattive. Ne abbiamo parlato con Stefania Bussoletti, direttrice dello sviluppo economico della regione Marche e direttrice facente funzioni dell’Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione delle Marche (Atim) ad interim in occasione del TTG di Rimini.

Marche, non solo mare

“Le marche sono una regione poliedrica, in mezz’ora si va dalla montagna al mare”, ha spiegato Bussoletti. Tanto che proprio alla 61esima edizione di TTG Travel Experience nello stand della regione c’erano ben 60 operatori turistici, specializzati in arte, cultura, natura per incontri b2b e promuovere l’intero territorio che non è soltanto mare e che può essere scopeto in qualunque periodo dell’anno. Se si è incerti se scelgliere mare o montagna, per le Marche la risposta è “mare E montagna”.

“Abbiamo lavorato molto sulla valorizzazione dei borghi storici per ridare vita a questi luoghi meravigliosi che rischiano di essere spopolati”. Da Urbino ad Ascoli Piceno, le Marche, infatti, custodiscono un patrimonio storico, culturale e artistico unico. In questo senso, la regione ha da poco stanziato delle importanti risorse di programmazione comunitaria, al fine di valorizzare e rendere meglio fruibili i borghi storici marchigiani.

Vista dell'interno delle famose grotte di Frasassi nelle Marche, con stalattiti e stalagmiti in primo piano

Fonte: iStock

Le Grotte di Frasassi, nelle Marche

L’importanza dei turisti stranieri

“Inoltre”, ha proseguito la direttrice “stiamo spingendo molto sull’incoming dei turisti stranieri, in particolare dal Nord Europa come Germania, Svezia e Paesi nordici che è un mercato che ci interessa molto, anche perché abbiamo dei voli che arrivano da questi Paesi che stanno lavorando molto bene. A novembre partirà anche un nuovo volo per Barcellona quindi ci interessa anche il mercato spagnolo”.

La promozione turistica regionale, realizzata tramite l’ATIM, infatti, si rivolge non solo al mercato italiano, ma punta anche ai mercati esteri, con un’attenzione particolare a quelli collegati direttamente con l’Aeroporto delle Marche o attraverso gli hub nazionali ed esteri. È emblematico il recente flusso di circa 4.000 turisti nordamericani che, negli ultimi quattro mesi, hanno scelto le Marche come meta delle vacanze, utilizzando proprio questi collegamenti strategici.

Lame Rosse

Fonte: iStock

Il paesaggio delle Lame rosse nelle Marche

La regione del buon vivere

Il turismo costituisce una componente fondamentale del tessuto economico regionale, non solo per l’importante afflusso di visitatori, ma anche per il suo impatto trasversale su altri settori economici, generando una sinergia che contribuisce alla crescita di tutta la comunità, scrive la regione in comunicato. Proprio per questo, tra le priorità c’è il potenziamento della promozione turistica regionale, attraverso la valorizzazione delle sue eccellenze territoriali e sull’esperienza del “buon vivere” che caratterizza il territorio.

Questa strategia si articola in più aspetti, dalla celebrazione delle eccellenze enogastronomiche locali, alla qualità dell’accoglienza, fino alla promozione dei paesaggi e dei servizi orientati al benessere della persona. In sintesi, le Marche si propongono come il luogo dove vivere esperienze autentiche e rigeneranti.

Chi viene nelle Marche, inoltre, non può non apprezzare le meraviglie naturali del territorio, tra cui, ad esempio le spettacolari Grotte di Frasassi, le Lame rosse o i paesaggi dei Sibillini. Inoltre, l’offerta verrà arricchita dalla valorizzazione della produzione enogastronomica locale, con particolare attenzione a prodotti di pregio come il tartufo, che rappresenta una vera eccellenza marchigiana e caratterizza le colline della regione da Nord a Sud.

Sarnano

Fonte: iStock | Ph. ValerioMei

Il borgo di Sarnano, ai piedi dei Monti Sibillini
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Irlanda, come sta cambiando il turismo nell’Isola di smeraldo

In occasione di TTG Travel Experience, la fiera del turismo più importante d’Italia che si è svolta Rimini, abbiamo incontrato la direttrice di Turismo Irlandese in Italia Marcella Ercolini, che ci ha raccontato come sta cambiando il turismo in Irlanda e quali sono i turisti più apprezzati sull’Isola di smeraldo.

Quali sono le novità che Turismo Irlandese presenta al TTG quest’anno?

Siamo al TTG con nove partner da tutta l’isola d’Irlanda che tengo a sottolineare è visitabile tutto l’anno per presentare la nostra offerta turistica. Ci sono delle attività come Powerscourt gardens, tra i giardini più belli al mondo, orgoglio nazionale, vistabili in primavera e uno dei tanti nostri festival ovvero Halloween, che tutti dovrebbero sapere non è americano ma ha origine in Irlanda. Nato duemila anni fa, celebrava il raccolto e la fine dell’estate. Vogliamo spingere, quindi, questa festa che si svolge in autunno per dire che l’Irlanda si può visitare anche in questa stagione. Ci sono una serie di festival legati ad Halloween in tutta l’Irlanda, dal Puka Festival nella Contea di Meath, a Derry Londonderry nell’Irlanda del Nord che è la città con la festa di Halloween più grande d’Europa e poi ci sono altri festival a Galway e in altre parti dell’isola. Questo per noi è molto importante perché si trovano nelle tradizioni ancestrali irlandesi ma anche nelle leggende il fascino della storia e della cultura d’Irlanda con musica, balli e cibo.

Newgrange nel Meath

Fonte: iStock/Derick Hudson

Newgrange nella Contea di Meath, dove è nato Halloween

L’altro tema che vogliamo affrontare e che da qualche anno stiamo trattando è il nostro impegno verso un turismo più sostenibile, quindi promuovendo alcuni nostri partner che propongono nuovi modi di vivere l’Irlanda, più lento e più consapevole. Quindi, percorsi ciclabili o da fare a piedi. L’Irlanda sta investendo molto nelle greenways e nelle blueways e quindi in un rapporto più autentico con la natura. Ci sono dei percorsi che sono già attivi e che si possono affrontare in modo individuale o con gruppi organizzati sia in modo amatoriale sia professionale che pensano a organizzare il tour, prenotare alloggi unici, trasportare i bagagli e questo è un bel modo di vedere rotte meno battute e in periodi dell’anno meno affollati. Per un turismo più consapevole è importante rimettere al centro le comunità, i piccoli centri e far rivivere quei posti in maniera più vera.

L’Irlanda è un Paese che piace sempre, avete qualche evidenza?

I numeri degli arrivi finora sono importanti e superiori alle previsioni, ma dagli opertaori abbiamo evidenza che anche l’autunno sta andando molto bene. Settembre è il nuovo agosto e tante persone scelgono di andare in vacanza a settembre. L’Irlanda poi è una destinazione che viene scelta da tante persone che hanno un’età anagrafica più avanzata e professioni che permettono loro di andare in vacanza anche in autunno, che per noi sta diventando una stagione molto importante.

Inoltre, anche il target sta diventando più alto a livello di budget. L’Irlanda per la sua rilevanza culturale e di esperienze viene scelta da una nicchia di persone che a noi interessa, e a noi interessa più la qualità dei turisti che la quantità. Non abbiamo l’ambizione di avere una crescita incontrollata del turismo ma una crescita che sia sostenibile per il territorio. Oltretutto, l’Irlanda sta sviluppando una serie di strutture di alto livello che tengono conto anche dell’impatto di sostenibilità sul territorio quindi abbiamo quel lusso discreto che si offre in maniera più sofisticata, come per esempio i castelli ristrutturati che oggi offrono la possibilità di dormire, circondati da acri di parco dove fare passeggiate a cavallo. Ci sono più di 450 campi da golf in tutta l’isola che permettono di giocare, ma anche di visitare delle attrazioni nelle diverse aree dell’isola ed è un tipo di turismo che presuppone tempo e spazio, insomma.

Castello di Ashford

Fonte: Ph hipokrat – iStock

Il famoso Castello di Ashford in Irlanda, trasformato in un hotel di lusso