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Visto turistico per l’India, cosa sapere e qual è la durata

Se c’è una terra di straordinaria bellezza, dove immergersi in una cultura diversa ma arricchente dalla nostra, quella è l’India, dove i paesaggi che si susseguono ci lasciano senza parole. Una meta che non si può non visitare almeno una volta nella vita, per assaggiare lo street food nelle sue vie, per entrare a contatto con gli usi e i costumi del Paese, per scoprire monumenti sacri, o magari perdendosi per le strade delle sue metropoli caotiche, ma uniche. La domanda, però, è: come entrare in India? Quali sono le regole del visto turistico per l’India? Costi, durata, informazioni: ti diciamo tutto quello che c’è da sapere per preparare il bagaglio per il tuo prossimo viaggio!

Visto in India, i documenti per entrare nel Paese

Prima di scegliere i look e imparare le parole utili per il viaggio in India, è indispensabile essere in regola per entrare nel Paese. Sono due i documenti fondamentali da avere con sé, ovvero il passaporto e il visto per l’India. Naturalmente, parliamo pur sempre di un territorio vasto: se abbiamo organizzato la vacanza da soli e non con un’agenzia specializzata, è bene informarci prima di partire. La prima cosa da sapere è che ottenere il visto turistico per l’India non è complicato, ma naturalmente c’è un iter da rispettare. Soprattutto, lo diciamo per i tempi: la logica ci impone il buonsenso di non arrivare all’ultimo, perché c’è il rischio concreto di perderci il viaggio.

Visto turistico India 30 giorni

Per quanto riguarda il soggiorno, l’India consente ai cittadini italiani la possibilità di richiedere il visto in formato elettronico: quello che dura 30 giorni dal momento dell’ingresso nel Paese, oppure con due ingressi in India che però devono avvenire sempre nell’arco temporale di 30 giorni. Ed è possibile avviare la procedura online. Con questo visto, puoi viaggiare in India con un tour operator, oppure in modo del tutto indipendente, magari per visitare un amico o un parente. Non solo turismo, infatti: è persino possibile seguire un corso di yoga, molto in voga in India. O fare una crociera per le coste dell’India, ma devono essere previsti fino a un massimo di due scali.

L’avventura inizia: lasciati conquistare da palazzi dei Maharaja, ma ricorda di effettuare la domanda per il visto per l’India online, mediante il sito ufficiale del Governo Indiano (puoi raggiungerlo attraverso il sito dell’ambasciata indiana in Italia) oppure l’alternativa è richiederlo presso un’agenzia specializzata in visti. Naturalmente, hai bisogno di alcuni documenti e dati personali per compilare il modulo eVisa per l’India.

Quali sono i documenti per ottenere il visto turistico per l’India?

Come accade sempre, prima di ottenere il visto d’ingresso per l’India, devi presentare il modulo riempiendolo con tutti i dati necessari. E non solo.

  • Passaporto: deve essere valido per almeno 6 mesi dalla data di arrivo in India. Deve avere almeno due pagine bianche disponibili per i timbri di ingresso e uscita;
  • Fototessera: una fotografia recente (formato fototessera) a colori, su sfondo bianco, che rispetti i requisiti indicati. Per l’eVisa, potrebbe essere richiesto l’upload della foto in formato digitale;
  • Copia della prenotazione del biglietto aereo;
  • Copia della prenotazione alberghiera. In alternativa, se alloggiamo da un parente o amico, serve una lettera di invito o documento di identità dell’ospitante;
  • Modulo India eVisa compilato in ogni campo;
  • Se richiesta, una lettera d’incarico firmata.

Quando richiedere il visto per l’India da 30 giorni?

Il tempo è sovrano, lo diciamo sempre: mai arrivare all’ultimo minuto, soprattutto quando la partenza si sta per avvicinare. Anche perché potremmo ritrovarci nella pessima situazione di dover spostare il viaggio (o di doverlo addirittura cancellare). Di norma, il visto turistico da 30 giorni per l’india può essere richiesto da 30 giorni prima dell’ingresso fino a 5, ma consigliamo di farlo subito, appena possibile.

Certo, non mesi prima (anche perché non è fattibile), ma comunque a partire dal primo giorno in cui è consentito presentare la domanda. Facendo un esempio semplice: se dobbiamo partire il 30 ottobre, iniziamo a informarci il 2. Per l’eVisa, di solito, in ogni caso, i tempi di elaborazione sono di 72 ore. Assicurati di non attendere troppo, dunque, in modo tale da garantire che la domanda venga gestita nei tempi.

Quanto costa il visto turistico per l’India?

Naturalmente, la vacanza in India richiede un budget importante: devi organizzare l’aereo, l’alloggio, cosa mangiare, cosa acquistare, tra souvenir e ricordi di viaggio, oltre alle visite ai monumenti e agli spostamenti. Ma ricorda che il visto turistico ha comunque un prezzo, sebbene abbastanza contenuto, che varia in base alla stagione: il costo standard è di 15 euro, ma da luglio a marzo può costare fino a 30 euro, ovvero durante l’alta stagione. Consigliamo di affidarsi a un’agenzia per fare una stima precisa e trasparente dei costi.

Le principali tipologie di visto per l’India

Oltre al visto turistico, abbiamo visto che è importante avere con sé il passaporto con validità di 6 mesi residua per poter accedere in India, e dal 2017 è possibile ottenere il visto online. Sono due le tipologie principali: il visto turistico standard, oppure l’eVisa. Nel primo caso parliamo di un adesivo che viene apposto sul passaporto: sono previsti, per il turista, dei vantaggi aggiuntivi, come la possibilità di ingressi multipli, liberi da porti e aeroporti. Inoltre, permette di poter prendere parte alle crociere in India, di accedere alle aree ristrette e molto altro.

L’autorizzazione elettronica online, invece, come abbiamo visto, è richiesta principalmente per finalità turistiche, ma prevede, oltre a questo, ulteriori categorie, tra cui visto business, visto studenti, visto di lavoro, visto conferenza o visto medico.

Per quanto tempo è valido il visto turistico per l’India?

La durata del tipo di visto è strettamente legata alle nostre esigenze: esiste il visto turistico 30 giorni per l’India, così come per 60 giorni, 90 giorni o fino a 6 mesi dalla data di emissione (che consente, quindi, due ingressi). Sono, in ogni caso, disponibili dei visti turistici con validità da un anno fino a cinque anni, ma parliamo di visti più rari e che vengono richiesti in modo separato dalla vacanza classica. Tutto dipende da te: per quanto tempo hai bisogno di rimanere in questo magnifico Paese? L’India ti aspetta: scoprirai la bellezza delle Isole Laccadive o ti lascerai conquistare dal cuore spirituale di Mumbai?

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Il Grand Canyon e la Death Valley negli USA

Gli Stati Uniti, grazie anche alla loro vasta estensione e la grandissima varietà di panorami e caratteristiche geografiche, ospitano alcune delle meraviglie naturali più spettacolari al mondo. Tra queste è possibile visitare i parchi nazionali americani. Luoghi unici, che possono offrire ai viaggiatori un’incredibile varietà di esperienza e paesaggi mozzafiato che portano ad un’immersione totale con la natura.

Questi parchi sono imperdibili, ma due fra tutti, sicuramente, sono degni di nota: il Grand Canyon e la Death Valley. Questi due giganti naturali attraggono, grazie alle loro caratteristiche, milioni di visitatori ogni, provenienti da tutto il mondo, tutti con il desiderio comune di avventurarsi fra i territori incontaminati alla ricerca di panorami spettacolari, escursioni nella natura e scoperte culturali e geologiche. Ecco alcune delle informazioni più importanti che bisogna sapere prima di visitare questi due giganti americani, per partire preparati direzione USA.

Il Grand Canyon: maestosità e geologia senza tempo

Il Grand Canyon si trova in Arizona ed è, senza dubbio, uno dei luoghi più iconici del mondo. Questo canyon, così immenso da sembrare infinito, è stato scavato dal fiume Colorado nel corso di milioni di anni, e si estende per circa 450 chilometri di lunghezza, con una profondità massima che in alcuni punti supera anche i 1800 metri di altezza. Insomma, si tratta di un vero e proprio spettacolo naturale.

Decidere di visitare il Grand Canyon è come entrare in una cattedrale naturali, dove le formazioni rocciose e stratificate sono in grado di raccontare una storia geologica più che millenaria, in una gamma di colori incredibili, che varia dal rosso intenso al giallo ocra e al grigio.

Il South Rim, che è la parte più meridionale del Grand Canyon, è la più accessibile e la più frequentata dai turisti, grazie ad una rete di sentieri ben segnalati, che permette di esplorare il parco anche a piedi e di raggiungere alcuni dei punti panoramici più spettacolari. Per gli amanti della fotografia, alla ricerca di uno scatto memorabile del Grand Canyon, il Mather Point e l’Hopi Point sono i punti più importanti. Infatti, queste sono due delle terrazze naturali più amate dai turisti, in quanto è possibile vedere il sole che tinge le pareti del canyon con tonalità calde, creando, così, uno spettacolo che lascia tutti senza fiato. Questa parte meridionale del Grand Canyon, inoltre, è sede di numerosi centri che offrono informazioni approfondite sulla sua storia e sulla geologia del territorio.

Il North Rim, invece, che è la parte più settentrionale, è meno frequentato. Questa lato del canyon è aperto solo da Maggio ad Ottobre ed è in grado di offrire ai viaggiatori un’esperienza più intima e più selvaggia. Il North Rim si trova a circa 300 metri di altitudine, quindi più alto rispetto al lato meridionale del Grand Canyon, ed è famoso per la sua vegetazione rigogliosa e per i punti panoramici come il Bright Angel Point e il Cape Royal, punti da cui si possono osservare viste mozzafiato del fiume Colorado e dell’immensità del luogo.

Vista dal basso di uno dei Canyon nel Grand Canyon negli USA

Fonte: iStock

Grand Canyon, Stati Uniti

Attività alla scoperta del Grand Canyon

È possibile vivere il Grand Canyon e scoprire i suoi fantastici paesaggi partecipando a diverse attività. Per gli appassionati di escursionismo, ad esempio, il Bright Angel Trail è uno dei percorsi più celebri, anche se tra i più impegnativi. Seguendo questo sentiero è possibile attraversare i terreni tortuosi del canyon e raggiungere il fiume Colorado, partecipando ad una delle esperienze più uniche al mondo, a contatto con la natura. Per chi, invece, è meno allenato, un’altra suggestiva opzione è quella del South Kaibab Trail, che, nonostante sia più breve, riesce a regalare panorami incredibili lungo tutto il suo percorso.

Per tutti coloro che, invece, vogliono osservare il Grand Canyon da un’angolatura diversa, è possibile scegliere fra diverse opzioni. La prima è sicuramente quella di sorvolare il parco partecipando ad un tour in elicottero, che permette di godere di una vista unica dall’alto. L’altra opzione è data dalla possibilità di scegliere di provare il rafting lungo il Colorado, dove affrontare le rapide tra le imponenti pareti di roccia circostanti. Mentre, la terza opzione, per un’esperienza alquanto vertiginosa, è quella del Grand Canyon Skywalk, ovvero una passerella di vetro sospesa ad oltre 1200 metri di altezza, sulla quale camminare letteralmente sul vuoto ed osservare il canyon che si spalanca sotto i piedi.

Oltre ai classici itinerari, poi, da non perdere nel Grand Canyon c’è una gemma nascosta: le Havasu Falls, un luogo da favola composta da un insieme di cascate turchesi e situate all’interno della riservi degli Havasupai. Per raggiungere queste cascate è necessario, però, camminare lungo un trekking impegnativo: uno sforzo assolutamente ripagato all’arrivo, grazie alla presenza dell’acqua fresca e limpida che scorre tra le rocce rosse e crea delle piscine naturali uniche.

Il fascino unico della Death Valley

Dalla maestosità e l’immensità del Grand Canyon, si passa verso l’affascinante desolazione di uno dei luoghi più estremi ed inospitali non solo degli Stati Uniti, ma dell’intero mondo: la Death Valley.

Questo territorio si trova fra il bellissimo stato della California, dove è presente la meravigliosa città di San Francisco, e lo stato del Nevada ed è il punto più basso e caldo di tutto il Nord America, con le temperature estive che arrivano anche i 56° gradi, rendendolo il luogo più caldo al mondo. Nonostante tutto, ovvero il suo nome così suggestivo e la sua fama di essere un luogo ostile, la Death Valley rimane una delle destinazioni più affascinanti degli Stati Uniti: un luogo caratterizzato da paesaggi quasi surreali e meraviglie naturali che sembrano appartenere ad un altro pianeta.

Cosa non perdere assolutamente nella Death Valley?

Sono diversi i punti che i visitatori di questo parco naturale statunitense non devono assolutamente perdere. Fra questi troviamo, ad esempio, il, che si trova addirittura a ben 86 metri sotto il livello del mare, è una vastissima distesa salata che si estende a perdita d’occhio dal coloro bianco quasi accecante. Si tratta di uno dei luoghi più affascinanti al mondo, specialmente al tramonto, quando le ombre delle montagne circostanti si allungano su tutto il sale cristallino.

C’è anche il Zabriskie Point, un’altra icona della Death Valley, che offre una vista spettacolare sulle formazioni rocciose, caratterizzate da colori caldi ed ondulati e che formano un luogo perfetto per ammirare l’alba o il tramonto e vivere una delle esperienze più indimenticabili di cui si possa godere. Inoltre, nelle sue vicinanze, sono presenti altri punti panoramici ed attrazioni da non perdere come il Dante’s View, una postazione in grado di regalare un panorama mozzafiato sulla valle e sulle montagne circostanti, ed il Mesquite Flat Sand Dunes, ovvero delle dune dorate e che offrono una delle immagini più iconiche del parco, dove camminare al tramonto e godere di un’esperienza magica.

Infine la Artist’s Palette, un’altra meraviglia della Death Valley, un’area dalle rocce multicolori che riesce a stupire per le sue incredibili tonalità di verde, rosa, viola ed arancione. Si tratta di uno spettacolo cromatico risultato della presenza di diversi minerali nella roccia e che può essere ammirato dalla famosa Artist’s Drive.

Vista del Bradwater Basin al tramonto

Fonte: iStock

Bradwater Basin al tramonto

Storia e misteri del deserto arido statunitense

Nonostante il suo aspetto così inospitale, la Death Valley ha una lunga storia di insediamenti umani. Qui, infatti, le tribù native americane, come i Timbisha Shoshone, abitarono queste terre per secoli, grazie alla loro profonda conoscenza del territorio, di vitale importanza per la sopravvivenza. Tutt’oggi una piccola comunità di questa tribù vive  nella valle e mantiene vive le tradizioni della loro cultura.

Cosa dire, invece, delle origini di questo nome così “particolare’? Il nome Death Valley fu dato dai cercatori d’oro nel lontano 1849, quando alcuni pionieri che si misero in viaggio verso la California rimasero intrappolati nella valle, anche se solo una persona perse la vita. L’appellativo rimase per gli anni a venire come monito ed avvertimento della pericolosità del territorio. Successivamente, nonostante questo, la Death Valley divenne un centro di estrazione mineraria molto importante per gli Stati Uniti: qui, infatti, veniva estratto il borace, un minerale utilizzato nella produzione di saponi e detergenti. Oggi di questa attività rimangono solo i resti delle miniere e vecchi vagoni

Il clima estremo e la vita nella Death Valley

La Death Valley, come già affermato in precedenza, è il luogo più caldo del pianeta. Nonostante queste condizioni estreme, la valle è abitata da alcune specie animali. Fra queste si trovano il Kit Fox, la volpe del deserto, ed il coyote, che hanno sviluppano negli anni strategie di adattamento straordinarie a questo ecosistema. Come gli animali, anche la flora della Death Valley è sorprendente, grazie alla presenza di piante come il creosoto ed il mesquite, che riescono a sopravvivere a queste temperature per le loro radici profonde decine di metri.

Vista da un punto panoramico della Death Valley, con persone che camminano lungo il sentiero

Fonte: iStock

Vista dall’alto della Death Valley

In rare occasioni, quando le piogge invernali sono più abbondanti della media e con l’arrivo della stagione primaverile, la Death Valley riesce a trasformarsi in un meraviglio prato fiorito. Si tratta di una fioritura straordinaria, un fenomeno che ha preso il nome di Super Bloom.

Entrambi i parchi nazionali sono gestiti con grande attenzione, soprattutto per preservare l’ambiente così particolare ed allo stesso tempo fragile. Per minimizzare l’impatto che può avere l’affollamento turistico, ad esempio, il Grand Canyon ha introdotto in sistema di navette gratuite che permette di visitare l’intero parco senza dover per forza utilizzare la propria automobile.

Misure come queste sono necessarie per preservare la bellezza di queste due destinazioni naturali così iconiche degli Stati Uniti. La Death Valley ed il Grand Canyon potrebbero essere la destinazione ideale per un’avventura immersi nella natura, è ora di prenotare le prossime vacanze!

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Overtourism, ecco l’index che lo misura

L’estate 2024 è stata segnata, nel settore del travel, dal termine “overtourism“. Così, parlandone e riparlandone, abbiamo appreso che questo si riferisce proprio al cosiddetto e finora conosciuto come tale, fenomeno del turismo di massa.

Infatti, destinazioni come Grecia, Croazia, Cipro e persino Mauritius, sono Paesi in cui è vero che il 25% del Pil gode del turismo, ma che oggi più che mai sono quasi vessati dallo stesso flusso di visitatori che da una parte è anche la loro fortuna. L’overtourism, infatti, minaccia l’equilibrio delle grandi città in termini di rapporto tra turisti e residenti, la qualità dell’aria per via di un maggiore inquinamento, nonché la godibilità stessa della vacanza per i viaggiatori che possono trovarsi di fronte a un ingente massa di turisti al punto da non riuscire nemmeno a visitare tutte le attrazioni che si erano dapprima promessi di non perdere.

L’Overtourism Index, cos’è

L’estate appena trascorsa è stata dunque contraddistinta da spiagge affollate e destinazioni dove i viaggiatori erano così tanti da non riuscire per niente a respirare la bellezza e l’atmosfera del luogo: è accaduto a Venezia, a Barcellona e in altre località, come anche a Santorini.

Sviluppato dalla piattaforma Evaneos, che si occupa di viaggi tailor-made, in collaborazione con la società di consulenza Roland Berger, l’Overtourism Index arriva per prendere in esame le varie tipologie di overtourism, analizzando un campione di 70 mete, classificate entro le prime 100 per numero di turisti.

In questa analisi per il tasso di overtourism, ciascuna di queste destinazioni riceve un posto da 1 a 5 in classifica, seguendo quattro criteri: densità la turistica per abitante, la densità turistica per chilometro quadrato, la stagionalità e la sostenibilità. Infatti, anche la sostenibilità come criterio di valutazione è rilevante soprattutto per considerare l’impatto che il turismo ha sulla comunità e sulle infrastrutture quali i trasporti, ad esempio.

Folla, La Rambla

Fonte: iStock

La Rambla piena di turisti a Barcellona

Tra le mete prese in esame, comunque, le conseguenze dell’overtourism sono di 3 tipi: troppi turisti nelle destinazioni di mare, troppa folla nelle capitali europee ed eccesso di viaggiatori nei centri urbani.

Le località di mare presentano infatti un indice medio di 4 su una scala di 5, con circa 3,2 fino a 9,9 turisti per 1 abitante, anche in aree piccole che arrivano a contare però fino a 8.000 turisti per km². Non sono da meno e non destano minore allarmismo anche le primarie capitali europee che vedono arrivare in estate circa il 43% di tutti i turisti dell’anno. Spagna (3,6), Italia (3,6) e Portogallo (3,6) hanno gli indici medi più alti, insieme alla Francia (3,3) durante il solo periodo che va da giugno ad agosto.

Nella top 3 degli indici medi più alti per i centri urbani ci sono invece la Danimarca con Copenaghen (3,8), seguita da Amsterdam (3,7) e Dublino (3,4). Ciò significa che qui i turisti tendono a visitare questi Paesi concentrandosi esclusivamente su una determinata città, tralasciando le altre della regione e i dintorni.

Quali sono le destinazioni in pericolo e quelle ancora “salve”

Le “destinazioni da tenere d’occhio” secondo l’Overtourism Index sono quelle che devono affrontare la sfida di prevedere e adottare misure preventive per gestire il turismo in eccesso. Queste mete mantengono un flusso turistico relativamente bilanciato durante l’anno (24-28%) con una media di 3/5 nell’indice di Evaneos. Tuttavia, poiché crescono in popolarità, è necessario gestire la densità turistica, sia per chilometro quadrato (54-240 turisti/km²) che per abitante (0,8 turisti per abitante). Questi Paesi, con un contributo medio al PIL del 9%, stanno raggiungendo una soglia critica: Marocco, Vietnam, Egitto e Islanda, quest’ultima particolarmente vulnerabile con 5,2 turisti per abitante.

Queste mete vantano anche una vasta estensione territoriale che aiuta a distribuire equamente i visitatori, con densità di 16-80 turisti/km² e 0,3-1 abitante per turista. La stagionalità, compresa tra il 24 e il 28%, contribuisce a evitare il sovraffollamento. Canada, Stati Uniti, Australia e Tanzania rientrano in questo gruppo con punteggi medi tra 1,5 e 2,3.

Con un punteggio di 4,2/5, la Grecia è tra le destinazioni più colpite dall’overtourism, specialmente durante l’estate. A Mykonos e Santorini, l’afflusso eccessivo ha causato disagi per la popolazione locale, con conseguenze come l’aumento dei prezzi, traffico intenso e problemi nelle risorse idriche. Per questo motivo, la piattaforma Evaneos ha deciso di non promuovere più queste isole nei mesi estivi, in collaborazione con le agenzie locali. L’obiettivo è ridurre la pressione turistica, spostando i flussi verso giugno e settembre.

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Viaggio in Madagascar: le migliori ricette da provare

Sei in procinto di partire per il Madagascar? Siamo certi che questa isola ti sorprenderà con tutto il suo fascino, la sua natura rigogliosa e il gusto dei suoi piatti tradizionali, frutto di un ricco mix di influenze diverse. La cucina malgascia infatti ha subito l’influenza delle popolazioni  provenienti da Arabia, Cina, Francia e India.  Preparati quindi a piatti piccanti con molto peperoncino, cipolla, aglio, zenzero, curry e pomodori. Per iniziare a parlare della gastronomia malgascia, partiamo dalla colazione. In questo Paese, la colazione tradizionale consiste in un piatto di riso con chorizo o uova fritte. Questo piatto è accompagnato da pane francese con burro e latte condensato. Di suciro, una colazione molto ricca, perfetta per esplorare questo Paese con un pieno di energia.

Scopri la cucina malgascia

Una delle prime tappe del tuo viaggio sarà probabilmente Antananarivo, o meglio Tana, come viene affettuosamente chiamata la capitale dell’isola. Qui, oltre a scoprire cosa visitare della città, comincerà la tua esperienza culinaria e il tuo avvicinamento alla cultura gastronomica malgascia. Per preparare i piatti tipici del Madagascar si utilizza principalmente una base di riso, servita con qualche tipo di accompagnamento, con opzioni vegetariane e di carne. In entrambi i casi, i piatti sono sempre conditi con una salsa che contiene zenzero, aglio, cipolla, pomodoro, sale, vaniglia e curry in polvere. Nelle zone più aride del sud del Madagascar, le famiglie che sopravvivono grazie alla pastorizia, di solito sostituiscono il riso con la yucca. Accompagnano questo piatto con una cagliata di latte di zebù fermentato.

mercato tropicale

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Uno dei coloratissimi mercati tropicali di Antananarivo

Naturalmente, in tutta l’isola è presente una vasta gamma di frutta tropicale, come il tamarindo, il mango, la guava, il cocco, l’ananas o l’avocado. La produzione locale comprende succhi di frutta, caffè, erbe e tè nero, che sono ampiamente consumati. Un’altra sezione da considerare è quella delle bevande alcoliche, di cui parleremo alla fine. Scopriamo quindi i piatti tipici da mangiare in Madagascar che dovrai assolutamente provare durante il tuo viaggio.

Lasopy

Questa zuppa di verdure viene generalmente servita come antipasto e fa parte dei piatti da mangiare in Madagascar. Il brodo di questa zuppa è quello che viene quasi sempre utilizzato per bollire il riso ricorrente che è alla base di quasi tutta la sua cucina.

Pesce in salsa di cocco

Se ti piace il pesce, una cosa da provare in Madagascar è il famoso piatto di pesce in salsa di cocco che viene servito nelle zone costiere. Il pesce, generalmente grigliato, viene servito accompagnato da verdure e pasta, con la tipica salsa piccante del Paese.

Akoho

Questo piatto tipico del Madagascar consiste in pollo e riso. Per prepararlo si utilizza la carne magra del pollo, che viene arrostita con diverse spezie, soprattutto peperoncino e cipolla. Viene servito su una foglia di lattuga accompagnata da riso bollito. È una ricetta semplice ma gustosa.

Romazava

Forse la star dei piatti tipici del Madagascar, o almeno la più conosciuta. Consiste in uno stufato di carne di zebù tagliata a cubetti, cucinata con pomodori, cipolla, zenzero e bredes, un tipo di crescione piccante. Lo stufato viene servito, ovviamente, con riso bianco.

Romazava

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Il Romazava, piatto tipico malgascio che ti stupirà

Salsa Hena Kisoa

Un altro degli stufati da mangiare in Madagascar, se ti piace la carne, è questo piatto tradizionale a base di maiale. Per prepararlo, si utilizza lo stesso metodo della Romazava, ma si usa la carne di maiale al posto di quella di zebù.

Masikita

Conosciuto anche come Mosakiky, questo piatto della gastronomia malgascia consiste in spiedini di carne di zebù, accompagnati da riso.  La carne viene cotta alla brace e si aggiungono le tradizionali salse piccanti per insaporirla.

Sesika

Chi ama la carne si divertirà a provare questo piatto, un tipo di sanguinaccio che viene servito con fagioli bianchi e riso bollito. È piuttosto sostanzioso, sia per il sapore che per il mix di ingredienti.

Ravitoto

Uno dei piatti tipici del Madagascar è il ravitoto, che consiste in un purè di foglie di manioca accompagnato da carne di maiale o di zebù.  Naturalmente viene servito con riso e una salsa piccante a base di zenzero e peperoncino.

Ravitoto

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Il ravitoto, uno dei più popolati piatti tipici del Madagascar

Anguilla con carne di maiale

L’anguilla fa parte della gastronomia malgascia, soprattutto in alcune zone specifiche. Per la preparazione di questo piatto si utilizza carne di maiale, che viene cucinata con pomodori, erba cipollina, cime di cavolo e peperoni.  Viene ovviamente servito con riso bollito.

Piatti vegetariani in Madagascar

In Madagascar non mancano le verdure che crescono rigogliose. Basta dare un’occhiata ai suoi mercati. Sebbene molte famiglie malgasce mangino quasi sempre cibo vegetariano a casa perché la carne è molto costosa e preziosa, a volte si sente parlare poco di cibo vegetariano nei ristoranti, perché si presume che quando si esce si voglia mangiare carne. Ma non disperare. Ci sono diversi piatti vegetariani standard che si trovano quasi sempre nel menu. Oltre ai contorni come ravitoto e laoka, i vegetariani in Madagascar dovrebbero tenere d’occhio o chiedere i seguenti piatti:

Lasary

I vegetariani che viaggiano in Madagascar devono memorizzare questo termine. Il termine malgascio lasary significa essenzialmente verdura. Nei menu o sulla tavola, indica per lo più verdure in salamoia o verdure miste saltate in padella servite con il riso. Il lasary Voatabia è una delle versioni più popolari di lasary che troverai in tavola, tipicamente servito come contorno. Si tratta essenzialmente di una versione malgascia della salsa di pomodoro, ma condita con prezzemolo tritato. Sempre gustosa e fresca.

Fagioli del Madagascar

Anche se non vengono chiamati “fagioli del Madagascar”, nel menu troverai spesso un piatto a base di fagioli (tipicamente fagioli bianchi misti o fagioli di Lima del Madagascar). I fagioli sono spesso serviti cotti a fuoco lento e saporiti. Anche se spesso li troverai dosati in abbondanza sul piatto, ti consigliamo di ordinarli come contorno o di abbinarli ad altre verdure.

Minsao (Misao)

Il Minsao, come suggerisce il nome, è una fusione cinese-malgascia presente nella maggior parte dei menu dei ristoranti. Il Minsao è un altro buon piatto per i vegetariani che viaggiano in Madagascar, poiché si tratta essenzialmente di spaghetti ramen saltati in padella con verdure. I mangiatori di carne possono scegliere di aggiungere manzo, maiale o pollo.

Antananarivo

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Tramonto su Antananarivo

L’importanza del riso nella cucina del Madagascar

La maggior parte dei malgasci mangia riso due volte al giorno, a volte anche tre. Carne, verdure, fagioli e altri alimenti si accompagnano al riso, l’elemento principale della cucina del Madagascar. Non c’è da sorprendersi se si attraversa il Paese, e in particolare gli altopiani terrazzati per la coltivazione del riso, le famose rice terrace. L’espressione “mangiare un pasto” nella lingua malgasciasi traduce letteralmente con “mangiare il riso”. Nella cucina tradizionale malgascia il riso costituisce il centro del piatto. La carne, le verdure cotte o marinate e gli altri contorni vengono serviti con e intorno ad esso.

rice terrace madagascar

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Gli altipiani terrazzati per la coltivazione del riso in Madagascar

Salse piccanti del Madagascar

I piatti malgasci sono raramente serviti caldi o piccanti. Questo potrebbe sorprendere un po’, vista la varietà di spezie e peperoncini presenti nei mercati. Allora dove va a finire tutto quel piccante? Finisce come contorno o condimento.

Sakay

Se ti piacciono le spezie, dovrai chiederlo esplicitamente per nome, o chiederlo più genericamente come salsa piccante. Ogni ristorante dovrebbe avere la sua versione casalinga di sakay, la salsa piccante a base di peperoncino, zenzero e aglio di colore arancione. Senza eccezioni, tutte le versioni di sakay sono davvero infuocate. Da usare davvero con molta parsimonia!

Achard

Nella tradizione di ciò che alcuni riconoscono come sottaceti indiani, l’achard è caratterizzato da mango verde o verdure marinate in una miscela di spezie. Si dice che sia arrivato grazie alle influenze dell’isola di Rèunion, territorio d’oltremare francese. Si trova spesso nelle zone nord-occidentali del Madagascar.

La cucina francese in Madagascar

Il Madagascar è un’ex colonia francese, dunque non deve sorprendere come anche la cucina sia rimasta influenzata da quella dei nostri cugini d’oltralpe. Questo impatto sulla tavola malgascia si manifesta non solo con l’apparizione di panetterie che sfornano baguette e dolci francesi in tutto il Paese, ma anche con il fatto che molti ristoranti, in tutti i settori, servono variazioni di classici francesi salati.

Zebù au Poivre Vert

Molti ristoranti offrono salse di ispirazione francese come il poivre vert (pepe verde) o la salsa alla senape per accompagnare il filetto di zebù, entrambe molto gustose. Non dovrebbe essere una sorpresa. Quando visiterai i mercati locali, troverai mucchi e mazzi di baccelli di pepe verde fresco.

Per finire, non possiamo non citare i dolci, che, oltre a comprendere frutta fresca tropicale (tamarindo, mango, ananas, limone, guava, avocado e cocco), includono anche tutti i tipi di pasticceria francese, oltre al cioccolato. Per accompagnare il cibo, le bevande nazionali malgasce che si possono provare sono il Toaka Gasy o la Betsabetsa, entrambe bevande alcoliche ottenute dalla fermentazione del riso o delle canne da zucchero. Esiste anche una grande produzione di rum locale e una radicata tradizione di bere vino di palma o Trembo. Ora che sai cosa mangiare e cosa bere in Madagascar, scopri come ottenere il visto turistico e parti alla scoperta di un Paese incantevole, assicurandoti di provare ogni sapore durante il tuo viaggio.

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Stockholm Archipelago Trail, il nuovo itinerario che collega 21 isole

Un itinerario ben strutturato per scoprire le 21 splendide isole che costellano l’arcipelago di Stoccolma: ecco lo Stockholm Archipelago Trail, che verrà inaugurato nel mese di ottobre. Di cosa si tratta? Questa iniziativa, che prevede l’apertura al pubblico di questo itinerario durante l’autunno, permetterà ai viaggiatori che si trovano a Stoccolma di esplorare in maniera guidata tutta la natura pura e incontaminata della regione.

Le isole svedesi dello Stockholm Archipelago Trail

Le isole dell’arcipelago svedese di Stoccolma sono circa 30.000, tanto che questo è addirittura un numero superiore di cinque volte quello delle isole greche. Il nuovo Stockholm Archipelago Trail (SAT), collegherà 21 isole a partire dall’isola di Arholma, a nord, fino a Oja nel profondo sud.

L’itinerario avrà sentieri inediti, con segnalazioni adeguate, per una lunghezza di circa 270 km. La creazione di questo percorso si deve a Michael Lemmel, il quale ha affermato che l’intento è quello di “incoraggiare tutti a camminare qui per far conoscere le isole“, poiché attualmente molti visitatori si dirigono verso una di queste in barca, rimanendo sempre nei dintorni della prescelta, senza esplorare ulteriormente la straordinaria bellezza di questi isolotti svedesi.

Perché nasce lo Stockholm Archipelago Trail

L’arcipelago è una distesa di 1.700 km², con isole e isolotti che pullulano di alberi rigogliosi e di scogli rocciosi che si buttano a picco su spiagge di sabbia. In genere, però, questo arcipelago in Svezia è visitato solo per 8 settimane durante l’anno, tanto che il turismo in queste zone si limita ai mesi compresi tra giugno e agosto. Invece, come sottolineato anche dallo stesso Lemmel, la stagione ideale per addentrarsi nella natura pazzesca delle isole e darsi al trekking tra i sentieri è quella che va da maggio a ottobre, includendo anche la primavera e l’autunno.

Appare evidente, dunque, che un’operazione di promozione turistica di questo territorio andava fatta e questo percorso nasce proprio per tale scopo. Già nel 2022, un sondaggio condotto da Visit Stockholm ha evidenziato che, mentre l’81% dei visitatori stranieri a Stoccolma fa turismo nel centro cittadino, appena il 26% si imbarca per visitare le sue isole.

Eppure, le attività e le cose da vedere nell’arcipelago sono molteplici, come darsi al relax sulle spiagge di Sandhamn e Nåttarö o fare kayak tra le baie.

Ai visitatori non sarà comunque permesso portare le proprie automobili sulle isole attraversate dal SAT, le barche potranno invece attraccare solo in determinati punti e il percorso non è nemmeno adatto alle biciclette: insomma, l’unico modo per godere di questo itinerario è quello di indossare i propri scarponcini da trekking e mettersi in marcia, con tanta buona volontà e la voglia di scoprire le meraviglie delle isole di Stoccolma.

La segnaletica dei sentieri del SAT è stata resa praticamente impeccabile e lungo il percorso sono state installate panchine strategicamente posizionate per permettere a chi vi sosta di godere al meglio del panorama. Inoltre, è importante evidenziare come l’impatto ambientale del SAT sia stato appositamente minimo. I segnavia (blu per il mare, gialli per le spiagge) sono stati collocati sugli alberi con bande rimovibili, per non danneggiare i tronchi, ad esempio.

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In Albania sta per nascere un nuovo microstato: di cosa si tratta

Secondo fonti ufficiali, l’Albania sta per annettere al proprio territorio, anzi, per creare da zero al suo interno, un microstato simile a quello del Vaticano in Italia. Come riferito dal primo ministro dell’Albania, Edi Rama, infatti, a Tirana si lavora alla nascita di un minuscolo stato autonomo. Ecco di cosa si tratta e il perché di questa iniziativa.

Lo Stato Sovrano dell’Ordine di Bektashi

Nella capitale albanese, sta per nascere un microstato che sarà grande appena un quarto di Città del Vaticano: questa nuova realtà geopolitica, che dovrebbe avere il nome di Stato Sovrano dell’Ordine Bektashi, dovrebbe sorgere al fine di promuovere una versione dell’Islam pacifica, moderata e orientata alla tolleranza.

Bektashi è un ordine islamico sciita sufi, ovvero un ramo di questa ragione che lega una libera interpretazione del Corano a una sorta di misticismo. Appena pochi giorni fa il primo ministro Rama aveva parlato della creazione di questo microstato durante un discorso alle Nazioni Unite, definendosi egli stesso un cattolico non praticante.

Lo stato che dovrebbe nascere avrebbe anche il diritto di emettere i propri passaporti e di avere controllo sui confini, che seguirebbero in questo caso il perimetro dell’agglomerato di edifici religiosi dei Bektashi che già si trovano a Tirana. Edmond Brahimaj (anche conosciuto con il nome di Baba Mondi), leader religioso di questa comunità, ha spiegato che in questo stato non sarà imposta alcuna regola sull’abbigliamento, né sullo stile di vita delle donne o relativo al consumo di alcolici.

s.php.gifDa dove nasce l’Ordine Bektashi

L’Ordine Bektashi ha origine in Anatolia, in Turchia, all’inizio del XIII secolo: nato come un movimento islamico di carattere mistico, pone enfasi sull’introspezione e sulla contemplazione come vie per raggiungere uno stretto contatto con il divino. Oltre a queste caratteristiche, infatti, questo credo ha in sé alcuni elementi tipici  delle fedi pre-islamiche turche. Divenuto in breve tempo l’ordine ufficiale dei Giannizzeri, fanteria dell’esercito privato del sultano ottomano, venne però limitato sin da subito e bandito due volte, nel XVII secolo.

Una volta ordinato all’Ordine di andar via dalla Turchia, questo trovò la sua casa in Albania, culla di un sentimento nazionalista opposto all’Impero Ottomano. Ancora oggi l’Ordine Bektashi ha infatti sede a Tirana e conta poco più del 4% degli albanesi (mentre in tutto il mondo, i seguaci dovrebbero essere tra i 7 e i 20 milioni). Il leader del movimento Baba Mondi ha parlato della decisione di Rama come di un vero e proprio miracolo, affermando che non avrà la pretesa di acquisire ulteriori terreni, sebbene vi siano alcuni possedimenti dell’ordine nella capitale che vennero invece confiscati a Bektashi nel periodo in cui l’ex dittatore comunista albanese Enver Hoxha aveva sancito come illegale qualsiasi religione nell’anno 1967.

s.php.gifD’altronde, in Albania il 40% della popolazione è musulmana sunnita, mentre solo il 14% è cristiana.

La proclamazione del microstato di Bektashi non sarà immediata: occorrerà tempo per lavorare alla stesura di una legislazione che sarà anche valutata e votata dal parlamento albanese. Non solo, per acquisire una certa autorità, il microstato dovrà comunque essere riconosciuto dai Paesi internazionali, molti dei quali però, soprattutto quelli a maggioranza musulmana, potrebbero rivelarsi ostili (e altrettanti potrebbero astenersi dal voto).

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Paracas, cosa sapere prima di partire e cosa vedere: la bellezza del Perù

Cittadina portuale di enorme fascino, Paracas in Perù è una delle destinazioni predilette dai turisti, anche e soprattutto per la vicinanza con le Isole Ballestas (da qui partono le spedizioni), oltre alla Riserva Nazionale di Paracas. Una guida di viaggio utile per chi sta valutando di visitare la zona: come arrivare, cosa sapere e le cose da vedere assolutamente.

Paracas in Perù, come arrivare e cosa sapere prima di partire

Paracas è considerata un tesoro della costa del Perù, dal momento in cui offre tutto ai turisti, dai panorami mozzafiato alle attività nella riserva, o ancora la possibilità di approfondire la storia del territorio. Questa piccola città costiera si affaccia sull’Oceano Pacifico: il clima è caldo per tutto l’anno (non a caso si parla di “estate infinita”), e le piogge sono pochissime.

La località si trova a 3 ore e mezza di autobus da Lima: consigliamo di ritagliare 2-3 giorni per visitarla al meglio e per non perdere le sue bellezze. In particolare, infatti, è possibile prevedere il tour delle Isole Ballestas e visitare la Riserva Nazionale di Paracas.

Riserva Nazionale di Paracas, cosa fare

A 250 km da Lima, la Riserva Nazionale di Paracas è un vero e proprio rifugio per tutti gli amanti della natura: qui è possibile avere la fortuna di vedere leoni marini, pinguini di Humboldt, fenicotteri, parihuanas, oltre a diverse specie di uccelli. Oltre alle attrazioni naturali, non mancano quelle archeologiche. Puoi osservare le distese di sabbia, che sono frastagliate dalle costiere: il tuo sguardo sarà catturato dalle onde dell’oceano, dalla potenza evocativa della natura.

Questa è una zona da scoprire con calma, possibilmente insieme a una guida o un’agenzia, da prenotare sul posto o in anticipo. Sì, è possibile fare un giro in bicicletta, portando con sé una mappa, ma bisogna essere esperti del luogo. Il Centro di Interpretaciòn è uno dei punti di interesse del posto, dove peraltro è possibile scoprire la storia della riserva, così come comprendere la flora, la fauna, l’archeologia e la geologia. Una tappa imperdibile, a parere nostro, prima di metterti in cammino per la Riserva. Aggiungiamo che è possibile visitare la riserva persino in motorino: ritaglia una giornata da dedicare a questa attrazione.

Isole Ballestas, cosa vedere

Oltre alla Riserva Nazionale di Paracas, ecco un’altra delle attrazioni imperdibili (ecco perché il tuo viaggio dovrebbe durare almeno 3 giorni): le Isole Ballestas. Si trovano fuori dall’area della Riserva e si possono raggiungere con un’imbarcazione a motore. A 45 minuti dalla costa, si possono ammirare le formazioni rocciose, l’oasi naturale, e incontrare pinguini, leoni marini, cormorani. Un paradiso disabitato, ma di enorme bellezza.

Le acque non sono molto calde (e infatti non ci sono predatori come squali), e anche in questo caso il modo migliore per visitare le Isole Ballestas è di propendere per un tour guidato. Imperdibile il geoglifo La Candelabra: è stato scavato nella montagna ed è alto 170 metri. Ad oggi, la sua origine rimane sconosciuta (potrebbe essere un antico calendario astronomico). Consigliamo di portare una felpa durante l’escursione, perché i venti sono piuttosto forti.

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QuFu in Cina, i luoghi di Confucio e non solo: cosa vedere

Hai mai sentito parlare di QuFu in Cina, la patria cinese di Confucio? Secondo la leggenda, è qui che sarebbe nato il filosofo. Ed è sempre qui, infatti, che il legame con Confucio è fortissimo: è possibile visitare il Tempio di Confucio, la Kong Family Mansion e il Tempio Yan Hui. La casa di Confucio è stata consacrata due anni dopo la morte dal Principe Lu. Ti portiamo alla scoperta della storia del luogo, con le attrazioni da non perdere.

QuFu in Cina, cosa vedere

QuFu dista sei ore in auto da Pechino, ed è una città che si trova esattamente nella provincia di Shandong, a due ore di autobus da Jinan. Il motivo principale per cui è famosa è sicuramente Confucio, i cui siti correlati al filosofo sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Questo territorio è unico al mondo, ha più di 2500 anni di storia e ha dato i natali al primo saggio della Cina.

Tempio di Confucio

L’edificio è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, e nelle sue vicinanze si trova anche una statua di Confucio alta circa 72 metri, realizzata in ottone e rinforzata in acciaio. Questo complesso è tra i più grandi in Cina, con diverse strutture, come la Sala Dacheng, la Sala del Riposo (che è dedicata alla moglie di Confucio) o ancora la Porta Dacheng, ovvero la Porta della Grande Perfezione.

Cimitero di Confucio (o Foresta di Confucio)

Il Cimitero di Confucio o Foresta di Confucio è dove è sepolto il filosofo, oltre a più di 70 generazioni dei suoi discendenti. Noi consigliamo di visitarlo per la spiritualità del luogo, oltre agli scultorei delle ere Ming e Qing, che vanno a decorare i siti delle tombe. Nel tardo pomeriggio, i turisti solitamente lasciano il posto, che diventa un luogo di silenzio in cui connettersi con la filosofia di Confucio.

Residenza della famiglia Kong

Il Palazzo della famiglia Kong si trova proprio a est del Tempio, ed è stato a lungo la residenza dei discendenti del filosofo. Si occupavano di curare il Tempio, oltre che il cimitero. Il primo palazzo è stato costruito nel 1038, per poi essere rifatto nel 1377, anno in cui è stato spostato dal Tempio (prima era comunicante). L’ampliamento è avvenuto nel 1503, e comprendeva ben 3 file di edifici con oltre 500 stanze. Il palazzo è andato distrutto nell’incendio del 1838, ma è stato ricostruito anche grazie ai fondi destinati dall’imperatore. Oggi conta quasi 500 stanze, e l’architettura è tipicamente cinese.

Montagna di Shimen

Per chi si trova a QuFu in Cina, visitare i Monti Shimen è un’occasione imperdibile. Non è solamente la patria di Confucio, ma è un luogo in cui ammirare uno spaccato autentico della Cina. I Monti Shimen prendono il nome dalle cime gemelle omonime: la vegetazione è piuttosto ricca, e c’è sempre un legame con il filosofo, poiché è qui che ha scritto il Libro dei Mutamenti. Diverse le attrazioni da non perdere, tra cui la residenza di Li Duyan, il Padiglione Qiushi e la residenza di Kong Shang, oltre al Tempio Shimen e alla Sala dei Mille Buddha.

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I due giorni della settimana in cui i voli sono mezzi vuoti e i prezzi più bassi

Il rincaro dei voli rappresenta un problema sempre più pressante per i viaggiatori, soprattutto durante i periodi di alta stagione e nei giorni più richiesti. I costi elevati rischiano di scoraggiare molti utenti, rendendo più complessa la pianificazione di viaggi a prezzi accessibili.

Tuttavia, esistono delle eccezioni che possono aiutare chi è alla ricerca di tariffe più vantaggiose. Infatti, in due giorni della settimana, le prenotazioni risultano di molto inferiori, portando a voli semivuoti e, di conseguenza, a una riduzione dei prezzi.

Aerei vuoti a ridosso della partenza: il prezzo scende

La percentuale di posti venduti su ogni volo, il cosiddetto “load factor“, è un indicatore chiave per la redditività delle compagnie aeree e influisce direttamente sui biglietti.

Quando un volo si avvicina alla partenza con molti posti vuoti, le tariffe tendono a scendere per attrarre più clienti e riempire l’aereo. Tale meccanismo di prezzo variabile permette alle compagnie di massimizzare i profitti, cercando di garantire un’occupazione elevata per ogni volo.

E poi, esistono tratte che per i più svariati motivi (stagionalità, volumi bassi, frequenti partenze giornaliere) non sempre riescono a concludere la giornata con tutti i posti effettivamente occupati rispetto a quelli disponibili sul velivolo.

Le oscillazioni durante la settimana: i giorni più vantaggiosi

Secondo gli esperti del settore aereo, i giorni in cui si registrano meno prenotazioni sono il martedì e il mercoledì. A differenza dei venerdì e dei lunedì, tradizionalmente associati a spostamenti per lavoro o per vacanze, le giornate centrali della settimana vedono un calo della domanda (in particolare il mercoledì). Anche il sabato si rivela come un momento di “stallo” poiché le persone si spostano poco mentre una ripresa si nota la domenica, che spesso coincide con il ritorno a casa dal break del weekend oppure con la partenza per tornare nei luoghi di studio o di lavoro.

Come accennato, sono tutti casi in cui le compagnie aeree, per riempire i posti vuoti, tendono a ridurre i prezzi dei biglietti, offrendo così una possibilità concreta di risparmio.

La minore affluenza non riguarda solo i voli nazionali, ma si estende anche a quelli internazionali. Si tratta di un fenomeno che può essere particolarmente vantaggioso per i viaggiatori flessibili, che possono adattare le proprie partenze in base ai giorni più convenienti. Oltre al risparmio di denaro, volare in questi giorni rappresenta un’esperienza di viaggio più tranquilla, con meno affollamento negli aeroporti e a bordo degli aerei.

Per approfittare delle offerte, è consigliabile monitorare con una certa frequenza i siti delle compagnie aeree e utilizzare piattaforme di comparazione dei prezzi, prestando attenzione alle variazioni delle tariffe in base al giorno della settimana. Inoltre, prenotare con largo anticipo può aiutare a ottenere ulteriori sconti, soprattutto se si riescono a evitare le giornate di maggiore affluenza.

Altri aspetti da tenere in considerazione per risparmiare sui voli

Se la scelta strategica dei giorni di viaggio può venire in aiuto nel contrastare i costi elevati, esistono altri accorgimenti che i viaggiatori possono adottare per contenere i costi elevati. Ad esempio, volare nelle prime ore del mattino o nelle ultime della sera, note come fasce orarie meno richieste, può comportare significative riduzioni di prezzo. Inoltre, optare per scali invece di voli diretti, anche se meno comodo, può rappresentare un buon metodo per risparmiare.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è poi l’utilizzo di programmi fedeltà e carte di credito che offrono accumulo di miglia o punti. Infine, per chi viaggia spesso, monitorare le offerte last-minute può rivelarsi una strategia vincente, specialmente nei giorni in cui la domanda di posti è particolarmente bassa.

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Le delizie dell’Ecuador: i piatti tipici da mangiare a Quito

Stai per partire per l’Ecuador? Allora metti in valigia anche tanta voglia di assaggiare piatti tipici e cose buone. Le delizie che troverai a Quito sono sia peculiari della regione in cui si trova la capitale che rappresentative di molta parte del paese. L’Ecuador offre un mix di piatti tradizionali andini, influenze spagnole e ingredienti esotici provenienti dalle foreste amazzoniche e dalla costa del Pacifico

Partire per l’Ecuador sapendo già quali siano i piatti tipici da assaggiare a Quito ti darà il vantaggio di arrivare preparato e di ordinare a colpo sicuro, certo di poter gustare tutto il meglio che questa nazione andina abbia da offrire.

Ecuador a tavola: le diverse regioni

L’Ecuador non è un paese grande ma, data anche la complessità del suo territorio e considerata la posizione geografica, vanta alcune diversità tra una regione e l’altra, soprattutto quando si parla di piatti tipici da assaggiare una volta entrato nel paese.

A livello gastronomico, le regioni dell’Ecuador si dividono a seconda dei quattro ambienti geografici che compongono il paese.

  • Costa: questa è la regione che, ovviamente si affaccia sull’Oceano Pacifico
  • Sierra: con questo nome si identifica la zona attraversata dalle Andre. Qui si trovano anche Quito e il Vulcano Cotopaxi.
  • C’è poi l’area dell’Amazzonia ecuadoriana: la foresta arriva a toccare un pezzo di paese, influenza flora, fauna e colture.
  • Infine, ci sono le Isole Galapagos, che sono una regione gastronomica a sé.

Se il tuo viaggio in Ecuador toccherà tutto il paese, avrai modo di gustare la meglio tutto ciò che paese del Centro America offre anche a tavola. Se, invece, pensi di dedicarti solo a una parte, inserisci nel tuo itinerario di viaggio anche la possibilità di passare qualche giorno a Quito. Lì potrai gustare davvero di tutto.

Una cosa da dire sulla cucina dell’Ecuador è che troverai sempre piatti variopinti e pieni di ingredienti diversi. La frutta tropicale è spesso utilizzata come accompagnare alcuni piatti, soprattutto nella regione della costa. Un’ultima curiosità: l’avocado è considerato una verdura e viene tagliato a pezzetti e servito in insalata con molto aceto come condimento.

Ecuador: piatti a base di mais

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Il mais è un elemento base della cucina dell’Ecuador

Tre curiosità sulla cucina tipica del’Ecuador

La cucina da gustare a Quito è un perfetto equilibrio tra tradizione, cultura e sapori locali. Ogni piatto racconta una storia, spesso legata alla terra, alle antiche civiltà indigene e alle influenze coloniali. Ci sono tre curiosità che vale la pena sottolineare sulla cucina di quest’area del mondo, soprattutto parlando di quanto troverai a Quito a differenza, per esempio, dei luoghi lungo la costa.

  • L’influenza delle Ande: La cucina di Quito è fortemente influenzata dall’altitudine e dalla geografia montuosa. Molti piatti sono ricchi di carboidrati per fornire energia.
  • Ingredienti locali: A Quito si utilizzano molti prodotti tipici dell’Ecuador, come il maís (che qui troverai indicato anche come maiz), la yuca, e frutti tropicali come il babaco e la guanábana, spesso un’ottima base anche per dolci e succhi freschi.
  • Ritualità del cibo: Alcuni piatti, come il cuy e la colada morada, hanno radici nelle tradizioni indigene e sono spesso associati a rituali e celebrazioni religiose o stagionali.

Una regola generale, che vale per ogni luogo del mondo, è che non dappertutto si cucina sempre la stessa cosa. Alcuni ingredienti di base della cucina dell’Ecuador potrebbero sembrarti inusuali e a dir poco strani. Sta a te la scelta di assaggiarli o meno: è più una questione di gusto che una questione di commestibilità.

Locro de Papa: una zuppa deliziosa e sostanziosa

Ti hanno appena timbrato il passaporto con il visto per l’Ecuador e vuoi subito assaggiare qualcosa di tipico? Bene. Uno dei piatti più iconici di Quito è il locro de papa, una zuppa cremosa a base di patate, formaggio e avocado. Questo piatto è una vera e propria celebrazione della patata, uno degli ingredienti fondamentali della cucina andina. Il locro de papa è solitamente servito a inizio pasto, soprattutto nei giorni più freddi.

Malgrado il fatto che l’Ecuador prenda il nome dal fatto di trovarsi a ridosso dell’Equatore, l’altitudine a Quito arriva a 2800 metri e, di sera, la temperatura potrebbe scendere molto. Una zuppa calda, dopo una giornata di esplorazione di Quito, è quanto di meglio si possa chiedere. Il Locro de papa è molto cremoso e il suo sapore tende a essere un po’ dolce.

Choclo con queso: per gustare il verso sapore delle Ande

Il choclo con queso è un altro piatto tradizionale molto semplice ma gustoso. Si tratta di un qualcosa dal sentore veramente andino. Il “choclo” è la spiga di un tipo di mais prodotto localmente. Essa viene lessata e servita, sia tiepida che fredda, accompagnata da del formaggio locale, solitamente fresco. In quella zona del mondo non si usa stagionare il formaggio. Questo piatto è perfetto per entrare in contatto con il gusto del mais andino che, va detto, è molto diverso da quello che si coltiva in Europa e che ci porta a pensare subito alla farina per la polenta.

Seco con Chivo: uno stufato tra tradizione e modernità

Il seco de chivo è uno stufato di carne di capra, solitamente cotto immerso nella birra, a cui sono state aggiunte spezie e verdure. In certi luoghi del Centro America, si usano le moderne bevande di importazione come base di alcuni piatti. La birra non è una produzione prettamente andina ma qui è entrata a far parte degli ingredienti di base di alcuni piatti.

Il seco con chivo ha origini coloniali e spesso viene accompagnato da riso, platano fritto e avocado. Anche se il nome potrebbe far pensare a un piatto “secco”, in realtà si tratta di una pietanza piuttosto umida e ricca di sapore. In alcune versioni, al posto della capra si utilizza la carne di manzo o pollo.

Cosa mangiare in Ecuador: la Fanesca

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La Fanesca: piatto tipico di Pasqua

La Fanesca: il piatto tipico di Pasqua

La Fanesca è un piatto tradizionale che potrai trovare in tutto il paese ma è originario proprio dell’area della Sierra. Lo si prepara, come vuole la tradizione, durante la Settimana Santa,. Si tratta di una zuppa ricca e nutriente, fatta con una combinazione di legumi, cereali, pesce e altri ingredienti locali.

Anche la Fanesca è un piatto che affonda le sue radici nelle tradizioni delle Ande ma rivela anche molte contaminazioni con le tradizioni portate in Ecuador dai conquistadores spagnoli. Lo rivela, per esempio, il fatto di aggiungere alla zuppa delle uova sode: solitamente sono un simbolo di prosperità legato soprattutto alla Pasqua cristiana. Oltre a questo, la presenza del baccalà, un pesce secco importato, è legata all’usanza cristiana di non mangiare carne rossa durante la Quaresima, mentre l‘abbondanza di legumi e verdure simboleggia il raccolto autunnale nelle Ande.

Emcebollado: il rimedio post festa

Questo piatto è tra le proposte gastronomiche più amate dagli ecuadoregni stessi, soprattutto come rimedio dopo una serata in cui si è festeggiato un po’ troppo. Si tratta dell’encebollado, ovvero una zuppa a base di tonno, yucca, cipolla marinata (dalla quale trae il nome) e spezie, servita con riso o pane. Anche se è originario della regione della costa, l’encebollado è molto popolare anche a Quito e si trova facilmente in molti ristoranti in ogni zona della città.

Cibo in Ecuador: Empanadas de Viento

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Le Empanadas de VIento

Empanadas de Viento: snack buono a tutte le ore

Non c’è viaggio in Centro America che si rispetti senza un paio di morsi a delle ottime empanadas. Questa delizia accomuna molti paesi di quell’area del mondo. Le empanadas de viento sono tipiche solo dell’Ecuador e sono ripiene di formaggio e servite con una spolverata di zucchero a velo. Anche per questa pietanza, il gusto di base e un misto di dolce e salato. Sono croccanti e leggere e spesso mangiate come snack in qualsiasi momento della giornata in cui si abbia un po’ di fame. Il nome “de viento” deriva dal fatto che, in frittura, si gonfiano moltissimo.

Llapingachos: le crocchette made in Ecuador

I Llapingachos sono delle crocchette di patate ripiene di formaggio. Questo piatto tipico dell’Ecuador è spesso preparato per accompagnare spesso salsicce, uova fritte e insalate di verdura fresca. La caratteristica dei Llapingachos è di avere una crosta dorata e croccante ma di mantenere un cuore morbido e saporito. Se ti piace insaporire le crocchette con delle salse, sappi che i Llapingachos sono spesso intinti in una salsa di arachidi e chiamata “salsa de maní”. Provala!

Piatti tipici dell'Ecuador: Guaguas de Pan

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I Guaguas de Pan

Colada Morada e Guaguas de Pan: per chi viaggia in novembre

Se visiti Quito durante il Día de los Difuntos, ovvero per i primi di novembre, c’è qualcosa di tipico dell’Ecuador che non puoi perderti. Si chiama Colada Morada, una bevanda dolce e speziata a base di mais nero, frutti tropicali e spezie come la cannella e i chiodi di garofano. Viene tradizionalmente accompagnata dalle guaguas de pan, dei dolci di pane a forma di bambini, decorati con glassa colorata. Questa tradizione è profondamente radicata nella cultura indigena, e simboleggia il legame tra i vivi e i defunti.

Fritada: per gli amanti della carne di maiale

La fritada è un piatto di carne di maiale fritta: sono utilizzati diversi tagli, dai più nobili ai meno nobili. Questo piatto è spesso accompagnato da mote. Di cosa si tratta? Il mote è un contorno piuttosto diffuso in Ecuador ed è composto da mais bollito, patate, plátanos fritti e avocado. Questo piatto ha radici spagnole, ma è stato completamente adattato agli ingredienti locali e al palato ecuadoregno. È uno dei piatti tipici dell’Ecuador più apprezzati nei mercati e nelle feste paesane locali, dove viene preparato per tutta la durata della festa, utilizzando degli enormi pentoloni di rame.

Cosa mangiare in Ecuador: il Cuy

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Il Cuy, piatto tipico dell’Ecuador

Cuy: un qualcosa di molto particolare

Fai parte della squadra degli avventurosi anche a tavola? L’Ecuador saprà davvero stimolare la tua curiosità e la voglia di provare cibi davvero fuori dal comune, almeno per la cultura gastronomica tipicamente europea. In Centro e Sud America si usano delle carni che, da noi, sarebbe impensabile pensare di trovarle nel banco di una macelleria. In Ecuador potresti assaggiare il cuy, ovvero il porcellino d’India. La carne di questo animale viene proposto arrosto ed è considerato una prelibatezza e servito con contorni come patate e mote.

Il cuy, per intenderci, è proprio una pietanza “delle feste e vanta delle origini davvero antiche, affondando le proprie radici nella lunga tradizione nelle culture indigene dell’Ecuador. Non si tratta di un qualcosa preparato con molta facilità: pur essendo un piatto tradizionale, non è sempre presente nei menù dei ristoranti di Quito e dintorni.  Sicuramente è qualcosa di molto particolare e capace di farsi ricordare. Oserai ordinarlo e assaggiarlo? Dicono sia delizioso.